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Full text of "Gaspare Gorresio - Rāmāyana, Poema Indiano Di Valmici ( Vol. I)"

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RAMAYANA 


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LA PRESENTE EDIZIONE SI TROVA DEPOSITATA 


ALI A I.1BRERM DEI SIGNORI 

BROCKHAUS E AVENARIUS, 

IN PARIGI, 

VIA RICIIEI.IEt', N° fig. 


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RAMAYANA 

POEMA INDIANO 

DI YALMICI 


TESTO SANSCRITO SECONDO I CODICI MANOSCRITTI 

DELLA SCUOLA GAUDANA 

TER 

GASPARE GORRESIO 

SOCIO DELLA R. ACCADEMIA DELLE SC1ENZE DI TORINO 


VOLUME PRIMO 



PARIGI 

DALLA STAMPERIA REALE 

I’lilV AUTORIZZAZIONE DEL GUARDASIGILLl' DI UVANGIA 


M DCCC XLIII 


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A SUA SACRA REAL MAESTA 

CARLO ALBERTO 

RE DI SARDEGNA, DI CIPRO, DI GERUSALEMME, 

ECC. ECC. ECC. 


SIRE, 


Un mezzo secolo appena addietro, aperla 
f India ai commerzj delle genti Europee, s’ in- 
cominciarono a scoprire diffusi per le remote 
regioni del Gange i grandi e numerosi monu- 


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menti letterarj d un’ antica e splendida civilta 
infino a quell’ ora appena presentiti. L’abbon- 
danza, la varieta, e, per quanto da alcuni scarsi 
saggj si poteva congetturare, la nobilta e 1’im- 
portanza di que’ vetusti monuraenti d un po- 
polo, che gia ai tempi della scuola Alessandrina 
aveva fama di tanta sapienza, tutto induceva a 
presagire, che da quella antica e vasta lettera- 
tura dovesse emergere gran luce per una co- 
noscenza piu compiuta dell’ antichita e delle 
prische tradizioni, per rintracciare 1’avviamento 
e il processo dell’ intelligenza umana, per isvel- 
lere errori, che le scuole del secolo passato ac- 
creditarono con maligno intendimento, per lo 
studio intimo insomma della storia dell’ umanita. 
Un nobile ardore s’accese immantinente tra gli 
Europei : gli studj sanscriti impresi con grande 
efficacia ed amore crebbero e si difiusero rapi- 
damente per 1’Europa. Dentro pochi anni 1’In- 
ghilterra, la Francia, 1’ Allemagna, edaltri paesi 
settentrionali ebbero cattedre di lingua e lette- 
ratura sanscrita: i nuovi studj trovarono cultori 
egregj e valorosi, che li nobilitarono colle loro 
opere; e gia i risullati corrisposero in gran parle 
all’ espellazione. 


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A questo movimento degli ingegni europei non 
s’ era per anco apertamente associato 1’ impulso 
delle intelligenze italiane. Merce ia generosa e 
splendida munificenza Vostra, o Sire, 1’ Italia 
entra ora degnamente anch’ essa in possesso dei 
nuovi studj, dai quali, se molto gia s’ e infino 
ad ora ottenuto, molto piii ancora rimane ad ot- 
tenersi. Voi, o Sire, incoraggiaste, proteggeste, 
secondaste con ogni maniera di sovrano favore 
questi miei studj; e piu che ogni altra cosa mi 
fu sprone a coltivarli con perseverante lena il 
desiderio e la speranza di pur produrre qualche 
opera, che potesse riuscire non al tutto indegna 
di comparire adorna e superba dell’ illustre ed 
augusto Vostro Nome. Or ecco io ofFro e consa- 
cro a Voi, Augustissimo Re , insieme col piu 
reverente omaggio di venerazione e di ricono- 
scenza, questa primiziadi studj faticosi e lunghi, 
nata e cresciuta sotto i regali Vostri auspicj, base 
d’ un gran monumento, che verro a mano a mano 
continuando. E questo, o Sire, sara un nuovo 
testimonio di quella regale amplissima Vostra 
munificenza verso le lettere, le scienze, e le arti, 
la quale celebrano ed ammirano sudditi e stra- 
nieri, e per cui d’ opere insigni e durature fu 


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gia illustrato il Vostro regno; mentre la Vostra 
eccelsa mente, o Sire, e il Vostro animo gene- 
roso il fanno fiorente d’ opportune leggi e di 
provvidi instituti. 


Di Vostra sacra real MaestX 


Ossequioso, devoto, e riconoscente suddito, 

Gaspare GORRESIO. 


Parigi, il di i° Gennajo i843. 


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\ 


INTRODUZIONE. 


b 


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INTRODUZIONE. 


I soli monumenti di vera epopea antica, primi- 
tiva, spontanea, nati di poco lontani dall’ eta, da 
cui tolsero tema, colore ed impronta, e venuti a 
noi con un nome consecrato dalla tradizione, erano 
finora i poemi d’ Omero. D’ alcuni popoli antichi 
non rimasero vestigie epiche, o debba ci6 attri- 
buirsi all’ offesa del tempo, owero, siccome ei pare 
piu probabile, alia loro epica infecondita : d’ altri 
pervennero a noi racconti poeteggiati e canti po- 
polari, per lo piu separati 1’uno dall’ altro e dis- 
gregati; alcuna volta raccolti e riuniti insieme in 
un gran corpo , ma con poca elaboratezza, con 
leggero e tenue vincolo, cbe 1’ uno all’ altro li ran- 
nodi, come si scorge nel Libro dei Re di Firdusi, 
o per cbiamarlo con vocabolo proprio, 

Ma gli uni piuttosto elementi d’ epopee, che poemi 
compiuti, gli altri piu propriamente grandi compi- 
lazioni di tradizioni s’ hanno a dire, che vere epo¬ 
pee : con vocabolo sanscrito le chiamerei jfrT^RTT: 
ilihdsi, slorie tradizionali. Ne saprei come meglio 


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XII 


INTRODUZIONE. 


discernere tutte queste gradazioni di poemi e 
scolpire il mio pensiero, cbe valendomi delle dis- 
tinzioni adoperate nell’ India, il paese delle tradi- 
zioni e della poesia. Gli Indiani chiamano 
achyana un racconto, una leggenda, una tradizione 
popolare poeteggiata; adicdvya un’ epopea 

antica, primitiva, onde adicdvya e appellato il Ra- 
mayana, ed adicdvya si pud pur chiamare la dilogia 
epica d’Omero; jfcT^TH itihdsa un gran corpo di tra- 
dizioni riunite, quale e nell’ India il Mahabharata, 
e piu specialmente ancora nella Persia il Schahna- 
meh o Libro dei Re di Firdusi; cdvya ogni 
altro poema meno antico, in cui prevalga 1’arte, 
o 1’ imitazione. 

Un fatto illustre, un’ insolito evento, e la ten- 
den za pressoche istintiva del popolo alle finzioni 
maravigliose possono facilmente originare canti 
popolari; ma piu condizioni essenzialmente si ri- 
chieggono, e debbono concorrere alia creazione 
d’ un’ epopea primitiva. Conviene cbe una gran 
massa di moltiplici tradizioni si sia venuta accu- 
mulando in un popolo, alle quali, sebbene alcuna 
volta oscurate in parte od alterate, s’ abbia pur 
tuttavia fede, e siano come alimento epico alia 
mente del vale : cbe l’idioma svincolalo gia dai le- 


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INTRODUZIONE. 


XIII 


garni ieratici, e lasciata 1* antica e restia durezza, 
corra piu sciolto e libero: che il genio guerriero 
ed eroico vi si sia manifestato con tutti i suoi splen- 
didi tratti: che qualche grande impresa nazionale 
le somministri argomento e materia, dove innestare 
le tradizioni patrie piu care alia reminiscenza po- 
polare : che 1’ eta sia atta ad ispirarle quella spon¬ 
taneity, quella freschezza, quell’ alito di gioventu, 
che sono le sue doti precipue, e per cui v’ ha un’ 
epoca nella vita de’ popoli, passata la quale quella 
poesia non si puo piu imitare : che la natura, 1’ in¬ 
dole d’ un popolo sia fortemente temprata al sen- 
timento della poesia, all’ amor dell’ ideale prodotti 
ed alimentati da tutte quelle circostanze d’ origine, 
d’instituzioni, di clima, che sogliono cotanto in- 
fluire sul genio delle nazioni. Tutte queste condi- 
zioni si trovarono mirabilmente riunite nella stirpe 
greca, e dal loro concorso nacquero le due splen- 
dide epopee orgoglio della Grecia, meraviglia de’ 
posteri. II difetto dell’ una o dell’ altra delle condi- 
zioni soprammentovate puo essere causa che non 
nasca tra un popolo alcuna grande e nazionale 
epopea, e che la cronaca o la storia, sottentrando 
all’ altrui udicio, prendano a raccogliere e narrare 
nudamente quello, che 1’epopea avrebbe niagnifi- 


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XIV 


INTRODUZIONE. 


camente abbellito, avvivato del suo spirito, e popo- 
lareggiato. 

Nulla diro de’ poemi latini. Frutto di tradizioni 
e d’ idee attinte in gran parte a straniera sorgente, 
parto d’ una civilta invecchiata e d’ una lettera- 
tura nata e cresciuta d’ imitazione, tali poemi, 
qualunque possa essere il loro merito letterario, 
non banno cbe fare coll’ epopea, che chiamo an- 
tica, primitiva. II medio evo cosi fecondo di canti 
popolari produsse alcune grandi storie poetiche, 
che per 1’idea, 1’andamento, per certa ingenuita, 
certo candor di narrazione, per forza e vigoria di 
descrivere, per fierezza di caratteri vivamente de- 
lineati, per 1’ innesto di varie e molteplici tra¬ 
dizioni, sembrano ritrarre dalla natura dell’ epo¬ 
pea primitiva, ed hanno con essa qualche aflinita 
ed analogia; come le nuove societa, che al medio 
evo s’erano venute ritemprando, ricostituendo tra 
le invasioni e la commistione de’ popoli, pajono 
oflrire sotto l’aspetto, per cosi dire, epico qualche 
somiglianza con quelle societa eroiche della Grecia 
concitate, ardenti, bellicose, amiche dei rischi e 
de’ canti. Ma v’ hanno difierenze notabili, che se- 
parano le storie poetiche del medio evo dalF epopea 
antica. In questa si scorge una consuonanza d’ ele- 


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INTRODUZIONE. 


xv 


menti congeneri, un aggregate di parti connatu- 
rali e consenzienti; tutto vi si accorda, vi si lega : 
tradizioni, idee, credenze, simboli, miti, ognicosa 
ritrae da un eta, da una civil ta, da un popolo senza 
commistione d’alcun elemento dissimile. I poemi 
del medio evo all’ incontro sembrano partecipare 
del disordine dei tempi, in cui nacquero. Come si 
mescolavano, si confondevano le nazioni; cosi si 
confondevano spesso in quelle storie poetiche le 
tradizioni de’ varj popoli conquistatori, di questi 
e de’ conquistati. Ne cio solo : ma alle tradizioni 
proprie nazionali si trovano frammiste tradizioni 
antichissime, oscure, d’ incerta origine , derivate 
da tempi e da regioni, di cui si spense perfino la 
memoria presso i popoli che le conservarono; e le 
ispirazioni del Cristianesimo vi si rinvengono so- 
vente associate ai mitici avanzi del politeismo. E 
come la forma seguita f idea, non e bisogno di dire 
quanto in quelli essa si discosti dalla forma della 
vera epopea. Al cbe s’ aggiunga, die rispetlo a 
noi non molto lontani ancora dai tempi di quelle 
storie poetiche, a noi, cui le reminiscenze di quelle 
eta sono ancora presenti al pensiero come memo- 
rie, per cosi dire, avite, que’ poemi, qualunque ei 
sieno, non possono venir considerati siccome mo- 


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XVI 


INTRODUZIONE. 


numenti d’ epopea antica, perche il tempo non v’ ha 
ancora disteso sopra quel velo, che drconda di tan la 
maesta 1’epopea, ne conferito loro quel prestigio, 
che i secoli imprimono alle opere umane. 

Splendido e nobile monumento di vera epopea 
antica, pervenuto a noi dalla prisca eta de’ poeti 
teosofi e mitografi, s’avra quindi innanzi ad aggiun- 
gere ai poemi Omerici la grande epopea di Val- 
mici, il Ramayana. Tranne quelle differenze, che la 
varia natura ed indole de’ popoli debbe di neces¬ 
sity imprimere in opere cosi fatte, le quali piu 
d’ogni altra nevengono schiettamente improntale, 
il Ramayana e rispetto all’ India quello, che i poemi 
Omerici sono per la Grecia. Effigie non solo dell’ 
eta in cui nacquero, ma interpreti delle tradizioni 
de’ tempi anteriori, il poema di Valmici e quelli 
d’ Omero sono amendue monumenti slorici, un 
eco fedele d’ eta antiche, grandi quadri, che com- 
pendiano l’uno 1’antica Grecia, 1’altro 1’antica 
India. Due memorabili imprese nazionali , che si 
riscontrano per molte parti, hanno porto a que’ 
poemi il loro tema cresciuto in vasta mole per ag- 
gregazione di moltiplici elementi. Il mito, il sim- 
bolo dominano in amendue, compenetrano ogni 
loro parte, sono la forma perpetua, che riveste il 


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INTRODUZIONE. 


XVII 


pensiero. Essi, come attesta la tradizione, nacquero 
a un dipresso alio stesso modo, alia stessa guisa si 
conservarono, si propagarono, e vennero finalmente 
raccolti ed ordinati. La loro poesia, sebbene disti 
tra se di tutto 1’ intervallo, che separa il genio della 
Grecia da quello dell’ India, manifesta pur nondi- 
meno, siccome poesia d’un’ eta conforme e nata 
d’una conforme ispirazione, tratti vivissimi di ras- 
somiglianza. La lingua ancli’ essa ha nelle epopee 
Omeriche ed in quella diValmici molta conformita, 
una certa, direi, comunanza di fisonomia. Nel sans- 
crito di Valmici, come nel greco d’Omero, baldezza, 
vigoria, ardore, e a un tempo stesso semplicita, 
candore, spontaneita : in amendue f imagine, la 
pittura nel vocabolo, parole gravide di signilica- 
zioni, che rivelano spesso tutto un ordine di cose 
e d’ idee, di cui sono esse rimaste segni autorevoli 
e fedeli, e un aspetto, un colore di vetusta tutto 
loro proprio. Ma non e ora qui mio pensiero en- 
trare nelf intima comparazione de’ poemi Omerici 
con quello di Valmici. II confronto dei due grandi 
epici dell’ antichita avra luogo piu opportuno nelf 
Introduzione alia versione italiana del Ramayana, 
nella quale mi propongo di svolgerlo piu ampia- 
mente insieme con altre idee, che qui mi rimango 

I. c 


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Will 


INTRODUZIONE. 


dall’ accennare. Perocche io penso, che il rawici- 
nare e comparare 1’ uno all’ altro quegli antidii 
poemi debba grandemente giovare a meglio di- 
diiararne la natura, ed a collocarli nella vera e 
propria loro luce. Tale suole essere il risultato fe- 
condo delle comparazioni tra opere analoghe del 
pensiero : che la mente umana, una nella sua es- 
senza, sebbene varia e molteplice nelle sue qualita 
acci den tali, suole essere simile a se stessa ovunque 
e produrre in parita di circostanze effetti pur pari. 

Dali’ epoca Alessandrina in poi i poemi Omerici 
sono stati tema di continui e severi studj (sebbene 
rimangono tutt’ ora in essi non poclie cose oscure). 
Di piii s’ e dibattuto, svolto, chiosato ogni piu pic¬ 
colo avanzo del pensiero ellenico. La cosa sta ben 
altramente rispetto all’ India : la letteratura e la ci- 
vilta bramanica sono una manifestazione recente 
e non ancora compiuta, una fase dell’ umanita che 
1’ intelligenza europea lia posto mano a disvelare, 
ma che si nasconde pur tuttavia in gran parte; che 
la vita d’un popolo e troppo vasta e complicata 
per poter essere compresa e rivelata tutta ad un 
tratto. Molti problemi relativi alia letteratura sans- 
crita non sono per anco stati tentati; di molti s’e 
cercata gia, ma non trovata ancora la soluzione 


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1NTR0DUZI0NE. 


XIX 


compiuta, finale; pochi solamente si possono ri- 
guardare come dilfinitamente sciolti. 

Per quello che s’appartiene al Ramayana, ecco 
in breve quel che s’ e fatto. Tra gli anni 1806-181 o, 
furono pubblicati a Serampore da Guglielmo Carey 
e Josua Marshman in quattro volumi i due primi 
libri, ed il principio del terzo del testo sanscrito 
con una versioneinglese. Quest’ impressione e dive- 
nuta oltremodo rara, di non leggiero dispendio, e 
al tutto fuori del comune commercio. Intorno al 
merito di quell’ opera io nulla aggiungero al giu- 
dizio severo, ma pur giusto porta tone dall’ illustre 
Sig. Guglielmo di Schlegel, il quale trovo quel 
lavoro fatto senz’ arte alcuna o discernimento di 
critica, ridondante di difetti, cattivo in ogni sua 
parte *. Vuolsi per altro considerare, che era quello 
il primo lavoro che si tentava sul Ramayana, e che si 
imprendeva sugli esordj degli studj sanscriti; il che 
debbe escusare in parte i suoi molti difetti. Nes- 
suna questione relativa al poema venne dagli edi- 
tori di Serampore non diro discussa, ma neppur 
toccata; le scarse note, che apposero alia versione, 
oltrecche cadono sui luoghi men diflicili ed oscuri, 
non hanno importanza alcuna per quello che spetta 

1 Ramayana , Praf. pag. lxvi. 


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XX 


INTRODUZIONE. 


alle questioni piu intricate, che nascono da questo 
poema. Non ignorarono gli editori di Serampore, 
che sussistevano due grandi e principali recensioni 
del Ramayana, differenti Tuna dall’ altra, eseguite 
da due diverse scuole. I manoscritti sanscriti del Ra¬ 
mayana rimangono fedeli ciascuno alia propria re- 
censione. 11 pensiero piu semplice, piu owio pareva 
dover esser quello di attenersi o all’ una o all’ altra, 
e quella seguitare e produrre fedelmente. Essi nol 
fecero; confusero insieme le due, e scompigliarono, 
guastarono tutto. L’ idea semplicissima di fare 1’ una 
o f altra recensione base del lavoro non fu messa 
in opera che piu tardi, quando vent’ anni dopo il 
Ch. Sig. di Schlegel pose mano ad ordinare il testo 
sanscrito del poema secondo quella delle due re¬ 
censioni, che egli, sebbene impropriamente come 
si vedra tra poco, appella dei commentatori , e di 
cui pubblico tra gli anni 1829-1838 i due primi 
libri in sanscrito colla versione latina del primo. 
11 lavoro del Sig. di Schlegel porta 1’ impronta di 
quell’ acume di critica, di quella profondita di giu- 
dizio, di quell’ intimo senso dell’ arte, per cui 
venne egli in fama. Ma sarebbe stato conveniente, 
poiche egli s’ era proposto di pubblicare la re¬ 
censione da lui appellata dei commentatori, che 


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INTRODUZIONE. 


xxi 


a quella ei si fosse intieramente attenuto, e non 
v avesse intrapposte alcune cose tolte alia recen- 
sione Bengalica; acciocche la sua impressione rap- 
presentasse fedelmente la recensione di quella 
scuola, che egli avea impreso a mettere in luce. Se 
non che le cose tolte dallo Schlegel agli ordinatori 
bengalici sono poche, e non di grande momento; 
di modo che la sua impressione si pud considerare 
come il testo genuino della recensione da lui detta 
dei commentatori; e il solo desiderio che rimane 
e, che il lavoro da lui incominciato con si hegli 
auspicj possa essere condottoa fine; ondes’abbiano 
del Ramayana le due grandi ed autorevoli recen- 
sioni, necessarie 1’ una e f altra, come risultera 
dalle cose discorse piu sotto, alia piena conoscenza 
dell’ epopea indiana. lo pubblico schietta e genui- 
na secondo i manoscritti di Parigi e di Londra, 
di cui rendero ragione piu. innanzi, la recensione 
Bengalica, ossia, per usare un nome piu appro¬ 
priate, Gaudana l . 

Toccando piu sopra della recensione pubblicata 
ed illustrata dal Sig. di Schlegel, f appellai, col 
nome da lui adoperato, recensione dei commen- 

1 Da Gauda, nome della regione centrale della Bengalia, e della 
citta capitale di quella regione, dove questa recensione fu fatta. 


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XXII 


INTRODUZIONE. 


tatori. Innanzi di procedere piu oltre debbo av- 
vertire, che quella appellazione affatto impropria 
vuolsi omai abbandonare. Perche, siccome io penso, 
non occorse al Sig. di Schlegel di rinvenire nelle 
biblioteche di Parigi e di Londra manoscritti della 
recensione Gaudana commentati, egli congetturo, 
che quella scuola non avesse avuto commentatori, 
come ne ebbe 1’altra; onde, per distinguerle, tolse 
da essi il titolo e nome di quella, che egli s’ avea 
proposto di pubblicare. Trovandomi or son presso 
due anni in Londra per compiere e perfezionare 
sui manoscritti di cola il testo Gaudano del Ra- 
mayana, 1’ egregio ed illustre Sig. Wilson, al cui 
nobile ingegno e vastissimo sapere questi studj son 
debitori di tan to incremento e splendore, come mi 
si dimostro in tutto oltremodo oflicioso e cortese, 
cosi mi consegno ad usarne quanto mi bisognasse 
un manoscritto stupendo della recensione Gaudana 
suo proprio, non ancora veduto da altri, di cui 
parlerd a suo luogo. Questo manoscritto porta un 
commen to perpetuo di Locanatha, commen to pre- 
gevolissimo per esattezza e chiarezza d’ esposizione. 
Ne ci6 solo : ma il commentatore ha creduto suo 
debito arrecare le opinioni altrui ogniqualvolta 
esse differissero dalla propria, e cita quindi per 


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INTRODUZIONE. 


XXIII 


nome piu altri com mentatori, che lo precedettero, 
tutti della recensione Gaudana : tra questi Nara- 
yana, Vimalabodha, Sarvagna. II fatto e adunque 
provato, che la recensione Gaudana ha avuto i suoi 
commentatori, come 1’ altra, e che il titolo di re¬ 
censione dei commentatori le potrebbe cosi bene 
convenire, quanto a quella. 

Vuolsi pertanto trovare alia recensione divenuta 
anonima un nuovo nome, che meglio la qualifichi. 
Se si pervenisse a provare, che essa e stata eseguita 
a Benares, si potrebbe allora acconciamente chia- 
mare Varanasia, il qual nome risponderebbe a 
quello di Gaudana dell’ altra. Ma che ella sia stata 
fatta a Benares non e finora che una semplice con- 
gettura; onde convent soprassedere all ’ appellarla 
dalla citta santa, per non averla forse poi a privar 
di nome una seconda volta. Come ei pare potersi 
tener per certo che essa fu eseguita nelle regioni 
boreali dell’ India, io la distinguero qui col nome 
di boreale. E intorno al titolo delle due recensioni 
sia omai detto abbastanza. Qui s’affacciano ques- 
tioni d’alto rilievo. Ma, stanteche il poema, da cui 
elle rampollano, non e ancora universalmente noto, 
ne ha ottenuto finora quella fama e quella popo- 
larila che gli sono riservate, non sara, credo, fuor 


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XXIV 


INTRODUZIONE. 


di proposito tratteggiare rapidamente un sunto dei 
due primi libri dell’ epopea, sui quali ha a volgere 
raolta parte di questa Introduzione. Chi volesse 
seguitar dirittamente il filo del discorso critico, 
non ha che a trapassare d’un salto il compendio 
che segue. 

Sulle sponde della Sarayu si stehde un ampio e 
bel paese, che s’ appella dei Cosali. Ivi e situata la 
nobil citta d’ Ayodhya, regal sede di Dasaratha 
discendente illustre dell’ antichissima stirpe degli 
Icsvacuidi. Questi oramai provetto e privo di figli, 
i quali perpetuino 1’inclita prosapia ed i funebri 
riti, ordina con grande apparato un solenne Asva- 
medha o sacrifizio del cavallo, a cui presiede il 
venerando Risiasringa figlio di Casyapa, gia abi- 
tator delle selve e trattone con arti di seduzione 
descritte in un episodio del poema. Sul finir del 
sacrifizio s’incingono di quattro portati le tre con- 
sorti di Dasaratha, e maturati i parti ne nascono 
quattro figli, porzioni della sostanza di Visnu, Ra¬ 
ma, Bharata, Lacsmana e Satrugna. Tra questi pri- 
meggia e risplende il valoroso Rama, gioja ed or- 
goglio del padre, delizia delle genti, destinato da 
Brahma e dai Devi corrucciati a distruggere il 
feroce e tracotante Ravana dominator della rea 


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INTRODUZIONE. 


XXV 


semenza dei Racsasi in Lanca (Ceylan). Ed accioc- 
che, venuto il tempo della gran contesa, Rama 
abbia pronti possentissimi ausiliarj all’ impresa cbe 
si matura, i Devi creano una generazione d’esseri 
soprannaturali, tremendi, atli a scuotere i giogbi 
de’ monti, a squarciar la terra, a concilare l’Oceano, 
che usano invece d’aste smisurati troncbi d’alberi 
divelti, e invece di projetti grandi brani di rupi 
Frattanto, pervenuto appena Rama al suo sedice- 
simo anno, giunge alia reggia di Dasaratba Visva- 
mitra personaggio venerato e temuto, il quale nato 
nella classe dei Csatri o guerrieri s’innalzd con 
inaudite austerita alia dignita di brahmano. Visva- 
mitra cbiede a Dasaratba cbe gli conceda per breve 
tempo Rama, accioccbe ei possa recare ad efletto 
un suo sacrifizio, cbe gli viene turbato assidua- 
mente dai Racsasi, a cui Rama solo e valevole a 
resistere. Dasaratha esterrefatto prega, scongiura 
Visvamitra che non gli tolga Rama giovanelto an- 
cora ed inesperto alle battaglie, Rama in cui sono 
raccolti tutti i suoi afletti, tutte le sue compiacenze, 
tutte le sue speranze, Rama senza cui non potrebbe 
ei vivere un solo istante. S’oflre egli stesso coll’ in- 

1 Tutti questi esseri ridotti a naturali propor/.ioni non sono 
altro che schiattc cl’ uomini montani forti ed agguerriti. 

i. d 


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XXVI 


1NTR0DUZI0NE. 


tiero suo esercito a combattere i Racsasi, purche 
non gli venga tolto Rama il suo diletto. Tutto e 
indarno : Visvamitra rifiuta ogni offerta, ne vuole 
con se altri che Rama; e Visvamitra e tale perso- 
naggio a cui non si pud resistere impunemente. 
Dasaratha adunque e forzato a concedergli il suo 
primogenito, die s’ arma immantinente di tutto 
pun to, ed accompagnato dal fratello Lacsmana suo 
prediletto si mette in via con Visvamitra. A1 partir 
di Rama spira un vento lene e soave, cade dal cielo 
una pioggia di fiori, e s’odono per 1’ aria concenti 
di timpani e di crotali, e canti e tripudj ; che quell’ 
andata di Rama e un principio dell’ imminente guer- 
ra coi Racsasi. Giunli i tre vialori alia riva australe 
della Sarayu,Visvamitra comunica a Rama duescien- 
ze arcane, che debbono essergli quali egide protet- 
trici; progredendo oltre pervengono essi al romi- 
taggio dell’ Amore, di cui Visvamitra narra al gio- 
vane guerriero la storia, poi alia selva infeslata dalla 
terribil Yacsi Tadaca, in cui e forse figurata per 
condensazione mitica qualche genia malvagia, che 
infestava que’ luoghi. Di costei racconta Visvamitra 
l’origine e i misfatti a Rama, il quale azzuflalosi con 
essa 1’ uccide, e riceve allora dal brahmano guer- 
riero il dono delle armi misteriose. Giungono essi 


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INTRODUZIONE. 


XXVII 


infine all’ eremo perfetto, dove Visvamitra protetto 
da Rama contro i Racsasi compie senza ostacoli il 
suo sacrifizio. In questo mezzo s’ era sparsa la fama 
d’un grande e solenne sacrifizio, che apparecchiava 
Ganaca re di Mithila, a cui debbe condursi Visva¬ 
mitra con • tutti i Muni abitatori dell’ eremo per¬ 
fetto. Nella reggia di Ganaca si trova depositato 
un arco maraviglioso, dono di Siva a Devarata, il 
qual arco nessuno ancora e stato valevole a tendere 
tra quanti vi si provarono giovani principi, desi- 
derosi d’ottenere in isposa la bella Sita figlia di Ga¬ 
naca destinata a colui che avesse potuto incoccar 
la saetta nell’ arco prodigioso. Visvamitra invita 
Rama a venirne con lui alia reggia di Ganaca per 
veder quivi il celebre arco e tentarne la tesa. Il 
giovane guerriero s’awia adunque con Visvamitra 
e cogli altri Muni alia volta di Mithila. Qui seguita 
una serie di piu capitoli, ne’ quali Visvamitra, 
quel saggio che tutto seppe, viene sponendo a Ra¬ 
ma, durante il viaggio, quante tradizioni storiche, 
mitiche, cosmogoniche, geografiche si connettono 
ai diversi luoglii che attraversa la schiera viaggia- 
trice. Pervenuti alia reggia di Ganaca, e iterate le 
liete accoglienze, Satananda maestro dei riti di Ga¬ 
naca narra a Rama in un lungo episodio tutla la 


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XXVIII 


INTRODUZIONE. 


stupenda storia di Visvamitra, affinche ei conosca 
a quale grande ed eccelso personaggio egli sia stato 
affidato. Ganaca intanto richiesto da Visvamitra or- 
dina, die si tragga fuori 1’ arco divino, immenso, 
il quale a grande stento e fatica viene quivi portato. 
Rama lo solleva, lo tende, e nel tenderlo lo spezza 
in due parti. L’ infrangersi dell’ arco rende tale 
un suono strepitoso, die ne cadono stramazzati a 
terra quanti si trovano spettatori di quella mirabil 
prova. A1 giovane domator dell’ arco e dovuta ora 
in isposa la bellissima Sita. Celeri messaggj an- 
nunziatori dell’ evento sono inviati immantinente 
a Dasaratlia, che muove issofatto da Ayodhya alia 
volta di Mithila. Quivi accolto con grandissima 
festa da Ganaca suo vecchio amico, rivede egli il 
diletto suo Rama; e poco stante, sposte dall’ una 
parte e dall’ altra le regali genealogie, fatti i doni 
nuziali e il sacrifizio ai Mani, si compie il connubio 
di Rama con Sita, di Lacsmana con Urmila altra 
fanciulla di Ganaca, di Bharata e Satrugna con 
Mandavi e Srutacirti figliuole di Cusadhvaga 
fratello di Ganaca. Indi a poco si diparte per tor- 
narne ad Ayodhya Dasaratlia con Rama e Sita e 
tutta 1’ altra sua gente. Nel mezzo del cammino si 
scorgono improvvisi per l’aria e sulla terra presagj 


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INTRODUZIONE. 


xxix. 


paurosi, prorompe un gran turbine, il cielo s’ ab- 
buja; ed ecco ad un tratto apparire un altro Rama 
figlio di Gamadagni, gia terror della casta guer- 
riera mentrecch’ ei visse, il quale, udito il mirabil 
fatto dell’ arco spezzato, sorse a sfidar Rama a bat- 
taglia offrendogli a tendere un altr arco dono di 
Visnu piu prodigioso ancora del primo. I Devi 
s’ assembrano per 1’aria spettatori di quel nuovo 
cimento. Tutta la comitiva e muta di stupore e di 
paura. Il giovane guerriero scocca dal terribil arco 
la saetta, e fuorchiude a Rama Gamadagnio le vie 
superne. Il cielo si riserena, i Devi celebrano per 
l’aria Rama Dasaratbide ; la schiera si rawia e 
giunge ad Ayodhya tra le feste e il giubilo del po- 
polo esultante. Poco dopo Bharata ne va invitato 
alia reggia d’Asvapati suo avo materno. Quivi ter- 
mina il libro primo. 

Dasaratha sente omai avvicinarsi il fine de’ lun- 
ghi suoi giorni, e delibera di far sagrare Rama 
consorte del regno. Quest’ e il suo supremo desi- 
derio, conseguito il quale egli si dipartira con ten to 
di quaggiu per irsene nel mondo dei Padri. Esplora 
la mente del popolo, da cui prorompe unanime 
un grido d’assenso, di favore, di gioja. Tuttavia 
Dasaratha non e senza arcani timori. Da piu notti 


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XXX' 


INTRODUZIONE. 


egli e funestato da sogni spaventosi soliti a presa- 
gire sventure ai re; e gli esploratori degli astri gli 
annunziano awersa la sua Stella. Fa egli venire a 
se in secreto Rama; gli apre i suoi pensieri, i 
siioi timori, e 1* esorta a star cauto, a circondarsi 
d’ amici fidati, ad aver l’occhio a tutto. Parti to dal 
padre Rama si conduce alle secrete stanze della 
madre Causalya, e la trova nel Larario domestico 
attorniata da Sita, da Lacsmana e da Sumitra sua 
genitrice, supplicante fausti gli eventi al caro figlio, 
e meditante intenta il sommo Spirito. Quivi ella il 
benedice; poi Rama e Sital entrano nel digiuno, 
che il maestro dei riti Vasista loro prescrive per la 
prossima consecrazione. In questo mentre s’ adorna 
a festa la citti d’ Ayodhya; d’ ogni parte s’ inalbe- 
rano vessilli, si spargono fiori, s’ ardono profumi; 
ogni luogo echeggia di canti e di suoni; d’ ogni 
intorno s’ aduna popolo in Ayodhyfi; principi illus- 
tri vi sono convenuti; ne d’ altro si ragiona che di 
Rama* amore e delizia delle genti. Caiceyi madre 
di Bharata, la piu giovane e bella tra le consorti di 
Dasaratha, aveva, nel venirne sposa ad Ayodhy^, 
condotta con se dalla casa paterna una donna sua 
fidata per nome Manthara, gobba e deforme di 
corpo, di rea e maligna natura. Costei per ignote 


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INTR0DUZ10NE. 


XXXI 


cagioni era mortal nemica a Rama, e dominata da 
rea ambizione avrebbe voluto veder Bharata con- 
secrato re, perclie ne sperava favore e grandezza 
siccome fida e devota a Caiceyi madre di lui. Ve- 
duto essa dal! alto della reggia Tapparato festive 
d’ Ayodhya per la sagra di Rama, discende imman- 
tinente alle stanze di Caiceyi, s’accosta al letto di 
lei ancora giacente; ed Oh! esclama, tu te ne stai 
senza pensiero, o malaccorta, non sai tu quale im* 
menso disastro ti sta sopra ? Dasaratha debbe oggi 
far sagrare re Rama. Caiceyi, che amava Rama 
quanto Causalya stessa, invece di mostrarsi con- 
tristata, si rallegra di quella notizia, e toltosi di 
dosso un ricco giojello f oflre come premio del 
lieto annunzio a Manthara. Qui sarebbe lungo il 
dire con quali arti orribilmente maligne Manthara 
abbia intrapreso a sollevare, a travolgere la mente 
di Caiceyi. Tutto cio, che puo commuovere, esa- 
cerbare, invelenire un animo femminile, tutto fu 
detto da Manthara per indurre Caiceyi a rompere 
il disegno fatto da Dasaratha di consecrar Rama re. 
Questo e certamente uno tra i bei luoghi del poema. 
Tanto fece adunque, tanto disse Manthara, che Cai¬ 
ceyi, sopra cui pesava inoltre la maledizione d’ un 
brahmano, rimase come fascinata e deliber6 d im- 


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XXXII 


INTRODUZIONE. 


pedire la sagra di Rama. Ma in qual modo venirne 
a capo? Manthara ne trova il mezzo bello ed appa- 
recchiato. Nella guerra dei Devi e degli Asuri, in 
cui combatte pei Devi Dasaratha, venne questi gra- 
vemente ferito; talmente che n’ebbe a perdere ogni 
senso. Caiceyi, che 1’ aveva seguitato, fu quella cbe 
lo salvo in quel caso estremo. Dasaratha riavutosi 
tra le braccia di Caiceyi, compreso di riconoscenza 
e d’ amore le promise, le giuro solennemente che le 
accorderebbe, quandunqu’ ella il richiedesse, due 
favori qualunque ei fossero. Or bene, dice Man¬ 
thara, rammenta ora a Dasaratha il suo giura- 
mento, e chiedigli i due favori promessi, 1* uno la 
consecrazione di Bliarata a re, 1’ altro 1’ esilio di 
Rama nelle selve per quattordici anni; questo 
tempo sara bastante perclie Bbarata si consolidi 
nel regno. Detto fatto : Caiceyi entra nella camera 
degli sdegni, dove usano condursi le consorti re- 
gali allorche le stringe qualche grave corruccio, 
si stende in squallida veste sulla nuda terra, ed a 
Dasaratha accorso a lei per consolarla chiede osti- 
nata, senza udire, senza voler altro, i due favori 
promessi con giuramento, la consecrazione di Blia- 
rata, f esilio di Rama. Dasaratha e stretto come una 
vittima al sacrifizio; chiede, implora, scongiura, 


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INTRODUZIONE. 


XXXIU 


prosterne nella polvere la sua venerabil canizie; ma 
non pud in alcun modo svincolarsi dalf inesorabil 
volonta di Caiceyi. Non v ha scampo a quella fatale 
sventura. Qui non imprenderd a narrare i lamenti, 
i pianti, i gridi di dolore, onde risuona ad un tratto 
la reggia di Dasaratha poc anzi si beta, il duolo, 
le querele, gli sdegni di tutta Ayodhya, i rimpro- 
veri, 1’ ire, le esecrazioni contro Caiceyi, che occu- 
pano insieme molta parte di questo libro. Rama 
intanto fermo- nel proposto di non voler render 
spergiuro il padre, ordinati doni alle persone piu 
a lui devote, veste in un con Sita e Lacsmana, a cui 
dopo molte preghiere e reiterati rifiuti lia consen- 
tito d’ andarne con lui compagni del suo esilio, 
veste, dico, gli abiti di penitente e s’ avvia esule 
alle selve, lasciando immerse nel dolore ed in un 
silenzio di solitudine la citta e la reggia. Qui si 
descrive il mesto cammino de’ tre esuli regali. Gran 
numero di cittadini voile tener loro dietro; ma 
giunto alle rive della Tamasa, Rama non consent! 
che il seguitassero piu oltre. Pervenuto alle rive 
del Gange accommiata egli pure Sumantra fidato 
auriga e bardo insieme di Dasaratha, che per or- 
dine del re 1’ aveva condotto sul piu splendido tra 
i cocchj regali. Ora i tre giovani esuli Rama, Sita 


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xxxrv 


INTRODUZIONE. 


e Lacsmana soli per ignote regioni tragittando fiu- 
mi, attraversando foreste pervengono alfine al 
monte Citracuta, dove pongono loro dimora. In- 
felice Dasaratha! ogni gioja e spenta per lui; un 
solo pensiero incessante, acerbo, il pensier di Rama 
il persegue, lo strazia, lo strugge. Sul finir d’ una 
notte insonne voltosi a Causalya che gli stava ac- 
canto cosi le parla : 0 Causalya, se tu vegli, come 
vegl’ io, ascolta quali tristi presagj, quali acerbe 
memorie mi van per la mente. Nel tempo della mia 
prima et&, non t’aveva allora per anco impalmata o 
mia diletta, passata la stagione delle pioggie rav- 
vivatrici della natura, iva io pieno di baldezza e 
d’ esultanza cacciando e scorrendo per le campa- 
gne, che irriga colle belle sue acque la Sarayu. Una 
notte, stando io appiattato presso le rive del flume 
per coglier quivi al varco od elefante od altra belva 
venuta a dissetarsi, ascolto improvviso un suono 
come d’un vaso che s’ empia; dirizzo a quel suono 
la saetta, aggiusto il colpo, la scocco credendomi 
ferire una belva : Ahi! son morto, tale e il grido 
che mi percuote istantaneo 1’ orecchio; balzo fuori 
atterrito, accorro e veggo steso a terra, inondato di 
sangue un garzoncello. Era quello il figlio unico 
di due vecchj solitarj ciechi amendue. Essi mi ma- 


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INTRODUZIONE. 


XXXV 


ledissero : E tu pure, o temerario guerriero, pro- 
verai un di che cosa sia il dolore di perdere un figlio 
caramente diletto. Oh Causalya! la maledizione 
s’e adempiuta. Sento ormai consunto dal dolore 
questo frale, i miei occlii non veggon piu lume, 
ogni mio senso e distrutto. Oh Rama! oh Rama! 
io non ti rivedr6 piu reduce dall’ esilio. E cost la- 
mentando Rama si spense Dasaratha, come sparisce 
appoco appoco al sopravvenir del giorno la luna. 
Qui ululati delle donne, descrizione d’ un regno 
privato di re, messaggj inviati a Bharata per ri- 
chiamarlo ad Ayodliya, sogno funesto veduto da 
Bharata, sua partenza ed arrivo ad Ayodliya. Ivi ei 
prorompe in rimproveri acerbi contro Caiceyi sua 
madre, attesta con giuramenti la sua innocenza 
dell’ esilio del fratello, rifiuta il regno, che gli e 
offerto, siccome dovuto a Rama, compie con mesta 
solennita i funerali del padre, e si dispone con 
tutto 1’ esercito, con Causalya e Sumitra ad andare 
al Citracuta per ricondurne Rama e salutarlo re. 

S’ apre intanto una larga via per monti e fo- 
reste atta a potervi passare con tutta la sua mole 
1’ esercito. Questo si mette in cammino condotto 
da Bharata; rifa la via medesima percorsa dagli 
esuli; e accolto con ospilalila da Bharadvaga, che 


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XXXVI 


INTRODUZIONE. 


descrive a Bharata il monte, dove Rama ha posto 
sua dimora, e dopo lungo viaggio partitamente 
descritto giunge al Citracuta. Meste accoglienze 
dei fratelli, annunzio della morte di Dasaratha, 
libagione ai Mani, abboccamento di Causalya e 
Sumitra con Rama, Sita e Lacsmana. Bharata sa- 
luta Rama re, e lo stringe colle piu calde istanze 
perch’ ei ritorni in Ayodhya e pigli possesso del 
regno. Rama e inflessibile : egli ha impegnata la 
sua fede, sente esser suo debito sacro liberar dai 
vincoli del giuramento il morto padre, ne lasciera 
1’ esilio finche non siano compiuti i quattordici 
anni. Consegna egli pertanto in deposito le insegne 
regali a Bharata, il quale partitosi da Rama non 
ritorna piu in Ayodhya, ma pone sua sede in Nan- 
digrama; e quivi regnando in nome del fratello at- 
tende il finir dell’ esilio, e 1’ esito degli eventi che 
portera con se 1’ awenire. Ivi finisce il libro se- 
condo. Tale e il sun to, o per meglio dire, il nudo 
scheletro dei due primi libri del poema. Ora e 
uopo penetrare addentro in alcune delle gravi 
questioni che ne derivano. 

Due eruditi scrittori, il cui giudizio e di gran 
peso in questi studj, ed autorevole soprattutto nella 
questione, in cui entro, i Signori di Schlegel e 


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INTRODUZIONE. 


XXXVII 


Lassen hanno portato sulla recensione Gaudana del 
Ramayana due giudizj in parte consenzienti, in 
parte dissimili. II Sig. di Schlegel 1 concedendo 
bensi che la scuola Gaudana ha potuto attingere 
da speciali documenti antichi molte cose sue pro- 
prie, le quali si debbono apprezzare, awegnache 
differiscano dalla recensione boreale, venuto ad ar- 
recar le ragioni per cui egli scelse questa, cost dis- 
corre : « Molti e gravi argomenti mi persuadono che 
«la recensione dei commentatori ha conservato 
«piu fedelmente il primitivo e genuino aspetto del 
«poema; che la Gaudana all’ incontro, lasciate le 
«vestigie della veneranda antichita, molte cose ha 
«per proprio arbitrio innovate coll’ intendimento 
«di accommodare all’ uso dell’ eta sua la omai vieta 
* locuzion del poeta 2 .» E piu sotto : «Veggo che 
«i Gaudani han voluto talvolta tor via una certa 
«scahrosita di favella, vocaboli vieti, costruzioni 
«slegate, inline alcune licenze epiche, per cagion 
«d’ esempio 1’ omission dell’ aumento al passato im- 
«perfetto, la forma invece di nei gerundj dei 
«verbi semplici; 1’ uso delle quali licenze e legitti- 
« mato dal codice di Manu. Vollero eziandio prowe- 

1 Praef. pag. lii. 

2 Praef. pag. xxm. 


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xxxviii INTRODUZIONE. 

«dere alia chiarezza ; tantoche non di rado nei 
«luoghi piu diificili il testoGaudano puo essere util- 
«mente adoperato invece di chiosa. Confesso tutta- 
«via, che ben non comprendo qual utile abbiano 
«essi creduto fare mutando; e penso nessun’ altra 
«cagione averli indotti, fuorche la vaghezza d’ in- 
«novare'.» A questo giudizio del Sig. di Schlegel 
pienamente assente il Sig. Lassen. Ma esso va piu 
oltre ancora, e scrive 2 : esser egli propenso a cre¬ 
dere che i Gaudani non ebbero sott’ occhio che 
la recensione boreale, nulla ricavarono da fonti 
proprie ed originali: di die arreca come prova il 
non trovarsi, dice egli, nella recensione Gauda- 
na cosa alcuna che le appartenga come propria, 
il seguitare che ella fa passo a passo la recensione 
boreale, cangiando solo qua e la vocaboli in cose 
di nessun momento, scrivendo per caso d’ esempio 
UrTST 5 3Jr3T invece di rTFT di-dH ^Tc^T, o mu¬ 
tando in altra simil guisa. In alcuni luoghi, pro¬ 
segue il Lassen, la recensione Gaudana differisce 
bensi alquanto piu sostanzialmente dall’ altra; ma 
queste differenze, se non consistono che nelT omet- 

1 Prcef. pag. li. 

2 Zeitschrift fur die Kunde des Morgenlandes, dritten Bandes, 
zweites Heft; Gottingen, i84o. 


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INTRODUZIONE. 


XXXIX 


tere e raccorciare, facilmente si spiegano per se 
stesse; se nascono dall’ accrescere ed allungare, 
debbonsi attribuire all’ intenzione manifesta dei 
Gaudani di voler mutare il testo boreale, a quella 
guisa che il grammatico bengalico Vopadeva voile 
mutando introdurre tutta una nuova nomenclatura 
grammaticale. Se una particolare tradizione orale 
del poema fosse stata base alia recensione Gaudana, 
questa sarebbe riuscita intieramente diversa dalla 
boreale; d’ altronde quello che si sa della storia della 
Bengalia mostra inverosimile, cbe possa essersi 
quivi conservata una tradizione propria originale 
del Ramayana, indipendente dall’ altra. La recen¬ 
sione Gaudana, afferma egli, e posteriore alia bo¬ 
reale, e gli indizj di questa posteriorita, come quello 
del ringiovanir la lingua, accennano un’ eta cosi 
recente, cbe pare incredibile possa essersi inlino a 
quell’ ora mantenuta nella Bengalia 1’ anlica rapso- 
dia. E conchiude dicendo, cbe quale possa essere 
stata 1’origine della recensione Gaudana, egli crede 
la boreale esser quella, che ha conservato e traman- 
dato il testo piu antico del poema. 

Il parere di due scrittori cosi versati in questi 
studj, e internatisi per lungo lavoro nell’ intima 
conoscenza del poema, tennelungamente sospeso il 


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XL 


INTRODUZIONE. 


mio giudizio sulla questione delle due recensioni. 
Egli d vero, che quella sentenza mi parvefin sulle 
prime ripugnante alia natura dell’ epopea antica. 
Tuttavia, non volendo ne avere senza salde ragioni 
un’ opinione mia propria differente da quella di 
due si chiari maestri, ne anche assentir loro senz’ 
altra ricerca pel solo peso della loro autorita, tolsi 
ad esaminare colla piix intenta cura il testo delle 
due recensioni, cercai supplire all’ uopo con indu- 
zioni logiche al difetto di dati positivi, solo mezzo 
di pervenire a qualche buon risultato negli studj 
dell’ India awolti ancora in molta oscurita ed in- 
certezza, e riuscii ad un giudizio al tutto contrario 
a quello dei Signori di Schlegel e Lassen. II mio 
giudizio e : che la recensione Gaudana non pud es- 
sere in nessun modo nata d’una rimutazione, d’un 
rifacimento della boreale; che essa e al tutto indi- 
pendente da quella, non rilavorata, rimpastata, ma 
originale, autentica, e degna di fede quanto 1’ altra; 
che ella attinse da sorgenti sue proprie, schiette, ed 
autorevoli, quanto quelle della boreale, e rappre- 
senta fedelmente un’ altra tradizione del poema; 
che nulla muto per vaghezza d’ innovare, ma s’ at- 
tenne religiosamente a quella tradizione epica, che 
presead ordinare, tramandandola quale la raccolse; 


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INTR0DUZ10NE. 


XLl 


che amendue le recensioni vogliono essere pubbli- 
cate col sincero rispettivo loro testo, afiinche il 
Ramayana sia messo in piena e perfetta luce; ne 
potersi dire assolutamente, che 1’ una meriti la pre- 
ferenza sopra 1’ altra; sebbene si possa con tutta 
verita affermare, che la recensione Gaudana ha 
sopra la boreale il vantaggio d’ una migliore esecu- 
zione : onde la forma del poema ne risulta piu per¬ 
fetta, senzacche pero punto ne venga alterato il 
nativo suo aspetto. Aperto cosi il mio giudizio sul 
proposito delle due recensioni, entro arditamente 
nel mezzo della questione per isvolgerla in ogni 
sua parte. 

Tra le cose messe innanzi in favore della recen¬ 
sione boreale, alcune sono al tutto insussistenti e 
vane, non sostenute da veruna pur leggerissima 
prova; tantoclie si potrebbe con egual fondamento 
oppor loro asserzioni onninamente contrarie. Si af- 
ferma, che la recensione boreale debb’ essere piu 
antica della Gaudana; ma quali ragioni se ne arre- 
cano? Nessuna a flat to. Come si puo asserire cosi 
recisamente, che 1’ una sia piu antica delf altra, 
quando s ignora feta d’amendue? Sebbene qui non 
ista il punto essenziale della controversia; e quand’ 
anche si pervenisse a provare che la recensione bo- 
>• ./ 


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Xl.ll 


INTRODUZIONE. 


reale sia piii antica della Gaudana, non si sarebbe 
ottenuto un gran risultato in favore d’essa. Quello, 
cbe maggiormente importa nella presente discus- 
sione, non e gia l’eta piu o men remota della recen- 
sione Gaudana, ma l’indagare e chiarire, se ella de- 
rivi da fonti originarie sue proprie, autorevoli ed 
autentidie; e quando questo, come spero, venga a 
risultare dalle cose, cbe ne andro a mano a mano 
ragionando, l’anticliita della recensione potrebbe 
essere un argomento di pin in favor della sua au- 
torita; ma questa non nasce, e non dipende da 
qnella. Se i poemi d’Omero, invece d’ essere stati 
raccolti ed ordinali all’ eta di Pisistrato o del fi- 
glio Ipparco, non fossero stati recensiti cbe alcun 
tempo dopo, verrebbero essi per cio ad avere 
minore autorita di quella cbe hanno, ove le fonti 
originarie della recensione apparissero sincere, 
consecrate dalla tradizione, ed autentiche? Senza 
alcun fondamento eziandio, anzi contrariamente al 
vero si aflerma, cbe la recensione boreale meglio 
ritrae il primitivo e genuino aspetto del Ramayana. 
Se io chieggo quali siano gli indizj , per cui si 
conosce cbe un monumento epico conserva il suo 
primiero e inalterato aspetto, mi si dira : essere un 
tenore semplice ed uniforme di poesia, i concetti, 


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1NTR0DUZI0NE. 


XLItl 


le imagini, i pensieri conformi e impronlati dello 
stesso colore, dello stesso spirito d’ antichita, la 
naturalezza, il candore, la spontaneita dello stile, 
il frequente ritorno cbe fa il pensiero alle stesse 
idee ed agli stessi vocaboli, il medesimo ordine 
d’idee die domina per tutto il poema, lo stesso 
alito che tutto il compendia, nessuna traccia d’es- 
senzial inulamento o d’innovazione.Ora tutti quesli 
indizj si discoprono manifesti nella recensione Gau- 
dana, ond’ io dico, che la fisonomia del poema e 
conservata in essa cost schietta e genuina, che 
nulla piu. Accennero poi a suo luogo, come si tro- 
vino nella recensione boreale alcune cose, cbe pos- 
sono generare legitlimi dubbj sulla sua costante 
schiettezza e sincerita. 

Vengo ora ad un altro genere d’ asserzioni contro 
Tauten ticita della recensione Gaudana non.piii so- 
lamente vane od arriscbiate, ma apertamenle er- 
ronee. La recensione Gaudana, dice il Lassen, nulla 
ha, che le appartenga come proprio: una particolar 
tradizione orale del poema avrebbe prodotto una 
continua, intiera diflerenza nella recensione; ma 
cio non addivenne: i Gaudani premono costante- 
inente le orme dei boreali, contenti al mutar qua 
e la alcuni vocaboli in cose di nessun rilievo; da cio 


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XI.IV 


INTRODUZIONE. 


conseguita, che essi non han fatto altro che variare, 
ritoccandola, la boreal recensione. Certamente la 
scuola Gaudana raccogliendo fedelmente una spe- 
ciale autorevole tradizione del Ramayana non ha 
mutato, ne poteva mutare fintiero aspetto o la 
natura del poema. Ove cid fosse awenuto, la cosa 
si ridurrebbe non piii a provare che f una e Y altra 
scuola ha seguitato due tradizioni dilferenti, ma 
autorevoli amendue e degne di fede; bensi a ri- 
cercare quale delle due sia la vera, quale la falsa : 
giacclie di due tradizioni alfatto diverse, una sola 
potrebbe essere riputata sincera. La recensione 
uscita da quella tradizione, che la scuola Gaudana 
raccolse, e, come doveva esserlo, quanto all’ es- 
senza consenziente colla boreale: il che prova ad un 
tempo la sincerita dei fonti a cui attinse, e che 
ella non mutava per talento d’ innovare. Ma tutte 
quelle dilferenze, che si possono trovare tra due 
tradizioni originali d’ uno stesso poema tramandato 
oralmente e raccolto da due diverse scuole, tutte 
le dilferenze, di cui egli e suscettivo senza venire 
sostanzialmente alterato, senza essere trasmutato 
in altro e perdere la sua propria natura, tutte 
queste dilferenze si ritrovano tra le due recensioni, 
e provano, che elle non sono nate f una dalf altra; 


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1ISTR0DUZI0NE. 


XLV 


rna die originali amendue ed indipendenti, rap- 
presentano esse due tradizioni diverse del poema. 
In generale ogniqualvolta le due recensioni dicono 
le stesse cose, le esprimono pure nello stesso modo; 
e solamente allora e differente la locuzione, la 
forma, quando differisce o in tutto o in qualche 
gradazione il pensiero: il che e nuovo indizio, che 
i Gaudani non eran mossi dalla voglia d’ inno- 
vare, ma seguitavano fedelmente la tradizione, che 
avevano preso a raccogliere ed ordinare, consen- 
tendo colla recensione boreale ogniqualvolta la loro 
tradizione consentiva con essa, allontanandosene 
quand’ ella se ne allontanava. 

Ma qui e necessario che io entri ne’ particolari 
e metta in rilievo le differenze, che corrono tra le 
due recensioni, acciocche si vegga, se elle siano 
tali da provare apertamente, che la recensione Gau- 
dana non puo in nessun modo essere nata dalla 
boreale, ma bensi derivare essa da una particolare 
sorgente tradizionale del Ramayana. Sceglier6 al- 
cune piu notabili differenze nei due primi libri 
delle due recensioni; perche trovandosi ora questi 
pubblicati schiettamente nel rispettivo loro testo, i 
boreali dal Ch. Sig. di Schlegel, i Gaudani dallo 
scrittor di queste pagine, potra facilmente ciascuno 


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XLVI 


INTRODUZIONE. 


riscontrare i luoghi citati. Non toccher6 delle dif- 
ferenze, che s’incontrano nei capitoli, i quali ser- 
vono come d’ introduzione al poema, e sono opera 
dei diaschevasti; ne del capitolo detto Anucrama- 
nica ossia serie delle cose, opera dei diaschevasti 
esso pure, che manca nella recensione boreale, e 
si trova nella Gaudana ad esempio del Mahabha- 
rata, quale guarentigia, sebbene non sicurissima, 
dell’ integrita del poema, a un dipresso come in 
certi libri cinesi il novero dei caratteri, di cui si com- 
pongono; e vengo alle differenze, che occorrono 
nel corpo stesso del poema, non certo per notarle 
tutte, ma per indicarne solo alcune piu principali. 

Libro I. — II capitolo ix, intitolato Episodio di 
Risyasrimja, dove sono narrate le arti e le seduzioni 
messe in opera per trar fuori della selva il romito 
Risyasringa, e di gran lunga piu copioso e lussureg- 
giante di poesia nella recensione Gaudana, che nell’ 
altra sua sorella. Il Sig. di Schlegel, cui consenle 
il Sig. Lassen, giudica che quell’ episodio e stato 
altera to dalla scuola boreale, e che ei conserva 
per conseguenza nella Gaudana la forma, che pare 
essere la piu antica e sincera. Or se e cosi, convien 
dire che i Gaudani 1’ ban ricavato da una fonte 


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INTRODUZIONE. 


XLVIl 


originaria loro propria, alia quale essi attinsero. La 
diflerenza, che occorre in questo capitolo tra le due 
recensioni, disparve quasi affatto dalf impressione 
Schlegeliana, perche egli, trovato qui, come lo e in 
pin altri luoglii, il testo Gaudano migliore, 1’ ante- 
pose all’ altro. 

Variano grandemente le due recensioni al capi¬ 
tolo xiii, dove si descrive il solenne sacrificio equino, 
1’ Asvamedha. La recensione boreale contiene piu 
riti e particolarita, di cui non e fatta menzione nella 
Gaudana; all’ incontro alcune cerimonie, alcuni usi 
si trovano in questa, che mancano in quella. 11 
Sig. di Schlegel in una nota a questo luogo 1 scrive, 
che questo capitolo e stato dai Gaudani sconcia- 
mente guastato. Concorde al suo modo di vedere il 
Sig. Lassen 2 dice, che da questa differenza appare 
manifesto, che la recensione Gaudana ebbe origine 
in una tarda eta, allor che molti riti dell’antico 
culto erano andati in disuso e divenuti inintelli- 
gibili. Io credo mol to piu probabile, che questa dif¬ 
ferenza derivi dai dilferenti rituali Vedici, secondo 
cui fu descritto f Asvamedha : il che allora si potra 
chiarire, quando tutto il complesso de’Vedi sara ve- 

1 Ramayana voluminis primi pars altera, pag. 59. 

2 Zeitschrift fur die Kunde, etc. 1 . c. 


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XLVIU 


1NTR0DUZI0NE. 


nuto in luce. II Colebrooke 1 arreca esempj di piu 
formalita e riti nuziali tra di se different!, secondo 
i differenti rituali Vedici, ma tutti legittimi e san- 
citi dad’ uso, adoperati dai seguitatori di questo 
o di quel Veda alia celebrazion del connubio solito 
adempiersi nell’India con formole cost delicate ad 
un tempo e sublimi: perche non potranno eziandio 
trovarsi nei Vedi rituali differenti pei sacrifizj? Dell’ 
Asvamedha e de’ suoi riti e parlato nel bianco e nel 
nero Yagurveda, ed il Colebrooke 2 afferma, cbe il 
nero Yagurveda e piu copioso di Mantri od inni, 
che il bianco : non potrebbero trovarsi altresi nelle 
rispettive loro parti precettive due descrizioni dell’ 
Asvamedha, 1’ una piu abbondante di riti e di partico- 
larita, 1’ altra meno, e le differenze delle due recen- 
sioni esser nate dall’ aver esse seguitato due differenti 
autorit^i Vediche? V’ aveano forse nell’ Asvamedha 
due sorta di riti, gli uni necessarj, gli altri liberi; 
a quella guisa, cbe secondo le dottrine indiane, 
v aveano tra le espiazioni le soprabbondanti e li- 
bereq?f, e le necessarie, e queste o speciali^lfHfHcR 

1 Miscellaneous essays , vol. I. On the religions Ceremonies of the 
Hindus . 

2 Loc. cit. On the Vedas , or sacred writings of the Hindus , 
paff. I ' 1 - 


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INTRODUZIONE. 


XLIX 


per le particolari colpe, o perpetue fsrai per es- 
piare, non foss’ altro, la vita L La recensione Gau- 
dana adunque potrebbe aver omessi i riti soprab- 
bondevoli e liberi dell’ Asvamedha, la boreale averli 
minutamente descritti. Aggiungerd, che dalla so- 
prabbondanza dei riti e delle particolarita parmi 
non si possa giustamente inferire, che la descrizione 
dell’ Asvamedha, quale si trova nella recensione 
boreale, sia piu antica e sincera; cbe anzi se ne 
potrebbe forse conchiudere il contrario. Quel so- 
praccarico di riti e particolarita potrebbe ben 
essere opera del soverchiante Brahmanismo, cbe 
le veniva moltiplicando a bello studio. Ma tutte 
queste cose allora soltanto potranno esser cbiarite 
ed accertate, quando sara uscito in luce tutto 
il corpo de’ Vedi. Se il Mahabharata al capo dell’ 
Asvamedha iJIHJvlfclchiH si fosse steso in piu ampia 
descrizione del sacrilicio equino di Marutta,dal suo 
attenersi alia recensione Gaudana o alia boreale, 
ovvero dal suo differire da amendue si sarebbe certo 
potuto derivare all’ uopo qualche legittima conget- 

1 D’ esse parla Cullucabhatta nel commento alio sloco 53 del 
lib. xi del codice di Manu : 

■df^rtotiHrl) fdrd JTRT^IW 

Debbesi adunque far perpetua espiazione a fin di purificarsi. 

<J 


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l INTRODUZIONE. 

tura; ma 1’ Asvamedha di Marutta e descritto nel 
Mahabharata in soli cinque slochi: 

HNIKJdHmilHI: I 

H PfTOFfl ll c 3 II 

^rrfrrr Hnwifir Fr^rar : 1 
^7 (feMfl l tf Hr^U^II 

^T^FT : g^T^nT57rR ^ H: I 
7T7T: ^nrrfsT MhfWl fqa jflP T RH l fa ^ llRfll 
^=m5=hdi(i afat tfwr jt fay?! i 
<T tmtfr S qwdTfl ^ ^ II do|| 

^rsfTr*TT f dffeld^qfeid t ufd : I 

snjrT: aif: UdmirM<TfatT: IId\II 

Egli (Marutta) pio, forte al par di cento elefanti, e qual 
altro Visnu presente, avendo a compiere il sacrifizio solenne, 
ordin6 che s apparecchiassero innumerevoli aurei vasi splen- 
didissimi, e condottosi al monte Meru sul fianco settentrio- 
nale delf Himalaya, quivi sacrifice dentro spazioso aurato 
ricinto. Sacri bracieri e vasellamenti e tegghie e seggi, di cui 
non potrebbe dirsi il novero, apprestarono gli orafi. Pro- 
pinqua al re fu disposla 1* area sacrificale : ove il pio re Ma¬ 
rutta signor della terra adempie conforme ai riti il sacrifizio 
insieme con tutti i rettor delle genti congregati l . 

Tra le difFerenze, che occorrono alcapitolo xix, 
intitolato Nascita dei Dasarathidi, e essenziale e no- 

1 Mahabharata, vol. IV, mucjllffe rerosr, sloco 87 e seg. 


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INTRODUZIONE. 


Ll 


tevole quella, che nella recensione Gaudana non si 
trova descritto 1’ oroscopo, che sovrastette alia nas- 
cita di Rama e de’ suoi tre fratelli, il quale oroscopo 
e minutamente particolareggiato nella recensione 
boreale, e fattavi espressa menzione dei segni zo- 
diacali. M’ occorrerci piu sotto d’ aver a tornare su 
questa particolaritii, perche si lega alia questione 
cost vivamente agitata di fresco sulf origine ed 
antichiUt del zodiaco. Pare al Sig. di Scldegel *, 
che il non trovarsi nei Gaudani 1’ oroscopo di Rama 
nuoccia alia convenevolezza ed all’ intelligenza di 
quello, che si trova piu innanzi 1 2 e nella recensione 
Gaudana e nella boreale a proposito della conse- 
crazione di Rama al regno, per la quale Dasaratha 
sceglie come favorevole e propizio quel giorno del 
mese Caitro, in cui la luna entra nell’ asterismo 
Puscio. Ma quello, che ivi e detto rispetto al punto 
del cielo favorevole per la consecrazione, non ha 
bisogno alfatto dell’ oroscopo natale, allinche ei 
possa essere conveniente ed opportuno. Dasaratha 
volendo associar Rama al regno e farlo sagrare, 

1 liamayana voluminis primi pars altera. Excursus ad lib. II, 
cap. iv, 20, pag. 2&8. 

2 Libro II, capitolo intitolato , terzo della re¬ 

censione Gaudana, sloco 19; quarto della boreale, sloco 20. 


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MI 


INTRODUZIONE. 


elegge per quell’ atto solenne 1’ aspetto celeste, che, 
secondo le ragioni astrologiche, gli pare piu propi- 
zio. Nulla qui veggo, che non sia appropriato, o che 
abbisogni di cose precedenti per essere inteso. Qui 
almeno i riguardi astrologici hanno qualche fonda- 
mento; poiche si tratta di eleggere tale aspetto ce¬ 
leste piuttosto che tale altro: laddove la descrizione 
dell’ ascendente natale e affatto oziosa e superflua. 

Al capitolo xxviii della recensione boreale, xxix 
della Gaudana, detto Morte di Tadaca, molte parti- 
colarita, molte meraviglie intorno al combatti- 
mento di Rama colla terribil Yacsi trovansi nella 
recensione boreale, di cui non e fatta menzione 
nella Gaudana; per cagion d’ esempio, il turbine di 
polvere da lei suscitato, la pioggia lapidea fatta 
cader sopra Rama e Lacsmana, lo sparire improv- 
visa per forza d’ arte magica, ed altri tali suoi pres- 
tigj. Nella recensione Gaudana quel combattimento 
e descritto in modo piu prossimo alia realta, a 
quella guisa che alcuni combattimenti dell’ Odis- 
sea; nella boreale predomina il maraviglioso, 1’ im- 
maginario, come in alcune tenzoni dell’ Ariosto. 

Nel capitolo xxxi della recensione boreale, intito- 
lato Dimora nell’ eremo perfetto, leggesi senza vincolo 
alcuno, che la leghi al contesto, anzi a dispelto 


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INTRODUZIONE. uu 

d’ esso, la descrizione in sedici versi d’ una incar- 
nazione di Visnu in mendico fatta a richiesta di 
Casyapa. Questo luogo svela un panteismo Visnui- 
tico assai sospetto, analogo a quello del Bhagava- 
dgita, del quale non credo avervi traccia in tutto il 
Ramayana. Uno di questi versi dice : 
gTtfrrre Mig TT fa TTVff I 

Nel tuo corpo, o Signore, discerno tutto intiero quest’ uni- 
verso. 

Quest’ e puro Bhagavadgita. I Gaudani nulla 
hanno di tutto cid al loro capitolo xxxn, die cor- 
risponde al xxxi dei boreali. 

Dopo lo sloco 19 del capitolo xxxvi della recen- 
sione Gaudana, xxxv della boreale, intitolato Lodi 
della stirpe di Visvamitra, seguitano in questa otto 
versi di poca o nessuna importanza, i quali non si 
trovano nella recensione Gaudana. Essa termina il 
capitolo alio sloco 19 con quella stupenda descri¬ 
zione della notte sopravvenuta. 

Differiscono le due recensioni al capitolo xliv 
della boreale, xlv della Gaudana, che ha per titolo 
Discesa del Gauge. I Gaudani, allorche Siva apre 
attraverso le ciocche della sua chioma un’ uscita 
alle acque, ne fanno discendere il solo Gange; i bo¬ 
reali ne fanno uscire sette fiumi, eccettuatine il 


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LIV 


INTRODUZIONE. 


Gange e 1 * Indo, tutti forse favolosi, guastando 1 ’ u- 
nita e 1’ insieme di questo capitolo splendido di 
maravigliosa poesia. Inoltre ne’ boreali il Gange 
viene inghiottito e quindi rigittato fuori dal Muni 
Gahnu : il che mira a render ragione d’ uno dei 
molti nomi del Gange, quello di G&hnavi. I Gau- 
dani nulla hanno di questo mito. Molte imagini 
descrittive del Gange corrente dietro al carro di 
Bhagiratha si leggono nella recensione Gaudana, 
che mancano nella boreale. 

Variano grandemente le due recensioni al capi¬ 
tolo xlv della boreale, xlvi della Gaudana, intito- 
lato Origine dell’ ambrosia. Nella boreale il veleno 
e vomitato fuori dalle bocclie del tormentato ser- 
pente Vasuce, ed inghiottito da Siva condescen- 
dente alle parole di Visnu. Poi, dal lungo esser 
scosso per diguazzar 1 ’ Oceano e fame emerger Y am¬ 
brosia , si sprofonda nel mare il monte Mandaro : 
di che turbati i Devi pregano Visnu di volerlo es- 
trarre; ond’ egli, presa forma di testuggine, solleva 
il monte col dorso. Nulla di tutto questo v ha nella 
Gaudana. In essa il veleno emerge dalf Oceano agi¬ 
tato, non e vomitato da Vasuce; non 1 ’inghiotte 
Siva, ma lo beono i Naghi o serpenti: e cid e nar- 
rato in due soli versi. Sul finir di questo stesso 


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INTRODUZIONE. 


LV 


capitolo, nata contesa tra i Ditidi e gli Aditidi dis- 
putantisi 1 ’ambrosia, i Gaudani narrano semplice- 
mente, che gli Aditidi vinsero, e che Indra loro 
duce ottenne per quella vittoria la suprema domi- 
nazione. I boreali fanno qui di nuovo intervenire 
Visnu, che rapisce 1 ’ ambrosia colla sua fallace 
Maya od illusione MPTlMltSIW La qual 

menzione della Maya, dell’ illusione di Visnu, no- 
terd qui ancora come sospetta e tutta Puranica. Di 
questa Maya o illusione Visnuviana e parlato nel 
Bliagavata Purana: 



FftHT f^cT: 



Narraci , o saggio solitario, le belle istorie delle incarna- 
zioni di Visnu, il supremo Signore, che liberamente adopera 
tali gioclii per mezzo della propria Maya (illusione) 2 . 

La Maya di Visnu ha conveniente luogo nel Bha- 
gavata Purana; ma dubito, cli’ ella sia legittima nel 
Ramayana. 

A 1 capitolo xlvi della recensione boreale, xlvii 
della Gaudana , intitolato Squarciatura del feto di 
Diti, secondo i diaschevasti boreali Indra fa sole 
sette parti del feto di Diti; secondo i Gaudani lo 


1 Sloco 47. 

2 Bhdgavala Purana , par M. E. Burnouf, liv. I, chap, i, si. 18. 


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LVI 


INTRODUZIONE. 


scinde in quaranta nove. Da queste parti del feto 
dilacerato sono originati i vend, i quali dovranno 
seguitar Indra figurato qui quale Divinita atmosfe- 
rica, siccome in piu inni Vedici e rappresentato ora 
qual Divinity cosmogonica, ora guerriera. Dalla 
differenza di questo capitolo nasce quella del capi- 
tolo che segue, rispetto all’ assegnare ai Marud o 
vend le pardcolari loro sedi atmosferiche. La divi- 
sione dei venti in quaranta nove e pur descritta 
nel Visnu Purana \ ed il Ch. Sig. Wilson scrive in 
una nota a questo luogo, che essa si trova in tutti 
i Purani, ne’ quali 6 narrata la progenie di Casyapa. 

11 capitolo lxiv della Gaudana, lxii della bo- 
reale, intitolato Sacrifizio d’ Ambarisa, varia nelle 
due recensioni e pel modo d’ esposizione, e per 
alcune pardcolari ta. I boreali, per cagion d’ esem- 
pio, fanno menzione di due Mantri o preci, 1 ’ uno 
ad Indra, 1 ’ altro a Visnu, insegnati da Visvamitra 
a Sunasepa, aflinche questi col recitarli nell’ atto 
del sacrifizio ottenesse d’ esser liberato dal venire 
offerto come vitdma. I Gaudani parlano solamente 
d’un Mantra od inno ad Indra; di Visnu non fan 
menzione. Ei sembra, che i boreali abbiano per 
Visnu una particolar predilezione. 

1 The Vishnu Parana, by H. H. Wilson, pag. i 52 . 


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INTRODUZIONE. 


LVIl 


11 capitolo lxvh della recensione Gaudana, inti- 
tolato Elevazione di Visvamilra alia dignitd. di Brah- 
mano, differisce in piu cose dal capitolo lxv della 
boreale corrispondente a quello. Noter6 questa sola 
differenza. Nella boreale 6 narrato, che Indra si 
present6 in sembianza di brahmano a Visvamitra 
per tentarlo, chiedendogli il parco cibo, che quegli 
s’ avea appareccbiato : di questa particolarita non 
occorre menzione nei Gaudani, come n6 anchedel 
timore, in cui entrarono i Devi, che se Brahma 
ricusasse piu lungamente a Visvamitra la dignita di 
brahmano, non fosse per nascere tutta una gene- 
razione d’ uomini atea. 

Nel capitolo lxx della recensione boreale, lxxii 
della Gaudana, che s’ intitola Dimanda delle donzelle 
in ispose, Vasista Purohito ossia maestro dei riti di 
Dasaratha espone, secondo il costume indiano nei 
connubj regali, la serie genealogica dei re d’ Ayo- 
dhya all’ occorrenza del matrimonio di Rama. I dia- 
schevasti boreali,giunti a Sagara uno degli antenati 
di Rama, hanno una lunga leggenda intorno ad 
esso, che tutta volge sul nome, che egli ha comune 
col veleno : sagara significa veleno in sanscrito. 
Questa leggenda, che che nepaja al Sig. di Schle- 
gel, e qui affatto inopportuna e cerlamente intrusa. 

I. h 


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XVIII 


INTRODUZIONE. 


Cosiffatte esposizioni genealogiche usano enume- 
rare i soli nomi dei re con qualche epiteto di lode, 
per dimostrare 1’ antichita e la nobilta della stirpe 
ed adempiere una formalita prescritta, e non gia 
narrarele tradizioni delle schiatte. I Gaudani non 
hanno tale leggenda. Nella serie genealogica dei re 
variano altresi, ma di poco, le due recensioni. Esse 
differiscono quanto ai riti nuziali al capitolo lxxiii 
della boreale, lxxv della Gaudana, intitolato Con- 
nubio dei Dasarathidi. Quello, die ho detto piii ad- 
dietro intorno alle ceremonie e particolarita dell’ 
Asvamedha, pud applicarsi a questi due luoglii, il 
cui differire credo originato dalla medesima causa. 

Una gran parte del capitolo lxxix della recensione 
Gaudana e tutto il capitolo seguente lxxx, una 
massa di cento versi circa, mancano nella recen¬ 
sione boreale. Si narra qui il congedo e la partenza 
di Bharata dalla magion del padre per andarne 
ospite al re Asvapati suo avo materno, l’ammaes- 
tramento di Bharata in quelle scienze ed arti, che 
si convengono a giovane principe indiano, il mes- 
saggio inviato da lui al padre. La recensione bo¬ 
reale non fa che accennare in pochi versi f andata 
di Bharata alia magion dell’ avo : nulla ha di tutto 
il rimanente. Tutta questa narrazione c notata 


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INTRODUZIONE. 


LIX 


d’inopportunita dal Sig. di Schlegel 1 .11 Sig. Lassen 
1 ’attribuisce all’ intento ch’ ebbero i brahmani di di- 
mostrare in essa la loro dignita e la necessita del lo¬ 
ro ammaestramento. Dissento da amendue. Questo 
breve episodio non e quivi inopportuno; esso chiude 
molto bene il libro primo, arrecando, conforme al 
fare dell’ epopea, varieta ed intreccio nella narra- 
zione; assegna all’ andata di Bharata alia magion 
dell’ avo un degno e nobile scopo; mette in rilievo 
un personaggio, che avra a rappresentare una gran 
parte nel progredir del poema, e chiama sovr’ esso 
1’ attenzione finora sempre concentrata sopra Rama: 
al che s’ aggiunga, che quel breve episodio contiene 
sull’ instituzione de’ giovani principi indiani rag- 
guagli e particolarita, die non sono senza impor- 
lanza. Quanto a cid che dice il Lassen, che quell’epi¬ 
sodio rivela il disegno fatto dai brahmani di mettere 
mostra la loro dignita ed importanza, si ponga 
menle, che 1’ idea della superiority brahmanica 
emerge ben piu manifesta ancora da cento altri 
luoghi del poema, ai quali si potrebbe per conse- 
guenza applicare la medesima accusa: ne veggo qual 
bisogno avessero i brahmani di questo episodio di 
Bharata, per ineltere in rilievo la loro dignita, dopo 

* IViuf. pag. uv. 


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LX 


INTRODUZIONE. 


il celeb re precedente episodio di Visvamitra, che e 
l’estremo dell’elevazion brahmanica el’apoteosi, per 
cosi dire, della casta dei brahmi. Ma la narrazione 
dell’ educazion di Bharata non appare in nessun 
modo originata da quel pensiero di preminenza 
brahmanica, che vuole il Lassen : essa e l’esposi- 
zione semplice e vera dell’ instituzione d’ un gio- 
vane Csatro di stirpe regale. Fin qui il libro primo. 

Libro II.—Nel capitolo i della recensione Gau- 
dana, intitolato Deliberazionc di consecrar Rama al 
regno , sono fonduti insieme con notabili differenze 
i due primi capitoli della boreale. Le due recen- 
sioni variano ancora al capitolo che segue, se- 
condo neir una, terzo nell’ altra, detto Ordinamenti 
di Dasaratha. In questo capitolo i boreali lianno una 
prima descrizione del solenne apparato della con- 
secrazione ordinata da Dasaratha, che vien da essi 
poi ripetuta quasi verbo a verbo due altre volte, 
Tuna al capitolo xiv, Y altra al capitolo xv, intito¬ 
lato Apparecchio della consecrazione, dove veramente 
ha suo proprio luogo. I Gaudani hanno in questo 
capitolo soltanto la descrizione dell’ apparato della 
sagra, dilTerente in parte dalla boreale. 

Dal capitolo ix lino al xvi della recensione Gau- 


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INTRODUZIONE. lxi 

dana, x-xx della boreale, occorrono tra le due re- 
censioni differenze continue, ora piu ora meno no- 
tabili, che io mi rimarr6 qui dal particolareggiare, 
perche la materia mi crescerebbe troppo tralle mani. 

II capitolo xxi della recensione Gaudana, inti- 
tolato Placazione di Lacsmana, manca nella boreale. 
11 capitolo, che porta in questa lo stesso titolo, cor- 
risponde al xix della Gaudana intitolato Discorso di 
Rama. II capitolo xxi Gaudano, che manca ne bo- 
reali, e per altro opportunissimo; e pare richiesto 
ad un tempo e da quel che precede, e da quello che 
segue. Esso dovrebbe trovarsi tra i capitoli xxiii e 
xxiv della recensione boreale, ov e ’1 suo luogo. 
Rama viene in esso rammorbidendo i concitati 
ed irosi spiriti di Lacsmana, e rintuzzando il suo 
iracondo discorso del capitolo precedente. Quindi 
ei manifesta in esso irrevocabile la sua delibe- 
razione di andar esulando nelle selve, la qual 
ferma deliberazione da luogo naturalmente al dis¬ 
corso di Causalya sua madre lamentante la sorte 
di Rama e la sua, con che comincia nella re¬ 
censione boreale il capitolo xxiv, <T flsfoer 
«Veduto lui (Rama) saldo nel suo proposto, ecc.» 
il qual discorso, mancando il capitolo xxi dei Gau- 
dani, rimane, per cosi dire, privo d’ addentellato, 


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LXII 


INTRODUZIONE. 


che lo connetta con quel che precede. Ma qui oc- 
corrono nuove e notabili differenze. II discorso di 
Causalya e la risposta di Rama, con cui inco- 
mincia il capitolo soprammentovato xxiv dei bo- 
reali, intitolato Consolazione di Causalya, si trovano 
nei Gaudani al principio del capitolo xxv, che ha 
per titolo nelle due recensioni Fausti voti per la par- 
tenza. I capitoli xxn e xxiii dei Gaudani, intitolati 
Parole di Causalya, Placazione di Causalya, mancano 
intieramente nei boreali. Le due recensioni s’ awi- 
cinano di nuovo verso la meta del capitolo xxiv, 
che ha per titolo nei boreali Consolazione di Causa- 
lyd, nei Gaudani Congedo per la partenza verso le selve. 

Dopo il capitolo xxxm, che porta il titolo Parole 
dei cittadini, seguita nella recensione Gaudana un 
capitolo intitolato Lamento di Dasaratha, in cui sono 
contenute parte delle querimonie , che i boreali 
mettono in bocca di Dasaratha pin capitoli addietro, 
allorche Caiceyi gli cliiese V esilio di Rama. Questo 
capitolo, com’ e naturale, manca nei boreali, i quali 
hanno poi, piu che i Gaudani, il capitolo xxxv, inti- 
lolato Rampogne contro Caiceyi, che non si trova 
nella recensione Gaudana; e granmerce se n’ abbia: 
che di rampogne a Caiceyi gia ne vennero fatte 
piu del bisogno nei capitoli precedenli. 


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INTRODUZIONE. 


lxiii 


A1 capitolo xxxvii , intitolato II vestir degli abiti di 
penitente, la recensione boreale ha un lungo discorso 
di Vasista a Caiceyi autrice dell’ esilio di Rama: 
ivi nuove rampogne a Caiceyi e ripetizione di cose 
gi& dette a danno dell’ azione, die ristagna. Tale 
discorso non si trova nella recensione Gaudana, la 
quale forma di questo capitolo e del seguente, in¬ 
titolato nei boreali Commcndazione di Causalyd, un 
capitolo solo. Di piu il discorso di Dasaratha, con 
cui comincia ne’ boreali il capitolo Commendazionc 
di Causalyd, e molto piu breve nei Gaudani. La re¬ 
censione boreale ripete qui di nuovo cose gia dette 
piu addietro. 

Variano le due recensioni al capitolo xxxix bo¬ 
reale, xxxvm Gaudano, intitolato Ammonimenti a 
Sita. Nella recensione Gaudana dopo la risposta di 
Sita consorte di Rama alle parole di Causalya, questa 
ripiglia il discorso indirizzandolo a Sita prima, 
quindi a Rama. Quel discorso di Causalya non si 
trova nella recensione boreale. Piu sotto all’ incon- 
tro il capitolo xlvii di questa, intitolato Ritorno dei 
cittadini, manca nella Gaudana non solamente senza 
discapito alcuno, ma con vantaggio del poema. 

I Gaudani fanno con notabili diflerenze quattro 
capitoli dei capitolo lii della recensione boreale. 


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LXIV 


INTRODUZIONE. 


che ha per titolo Passaggio del Gauge. Questi quattro 
capitoli sono i xlix, l, li, lii, intitolati Mandati 
di Rama, Mandati di Lacsmana, Congedo di Sumantra, 
Passaggio del Gauge. Ma il contenuto del capitolo l, 
Mandati di Lacsmana, in cui questi commette a Su¬ 
mantra quello die ritornando abbia a dire in nome 
suo al padre Dasaratha, manca affatto nei boreali. 

Nel capitolo lv, intitolato nella boreale Passaggio 
del fiume Yamuna, nella Gaudana Posata in riva alia 
Yamuna, differiscono le due recensioni in molti 
particolari, che per brevita tralascio qui di notare. 

Al capitolo lvi, intitolato Soggiorno sul monte Ci- 
tracuta, oltrecche variano assaissimo le due recen¬ 
sioni e nella descrizione del monte ed in quella 
del sacrificio di Rama, occorre inoltre questa no- 
tevole diflerenza, che nell’ impressione boreale 
del Signor di Sclilegel, come in quella di Seram- 
pore, e fatta menzione d’ un incontro de itre esuli 
regali Rama, Sita e Lacsmana con Valmici il can¬ 
tor del Ramayana, in un romitaggio del Citracuta. 
Di tale incontro non & fatto cenno nei Gaudani. 
Questo noto ora qui soltanto come variante di 
recensione, senza volerne perd nulla inferire: avr6 
a tornare su questo punto piu innanzi. 

Manca nella recensione boreale il capitolo lxi 


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INTRODUZIONE. 


i.xv 


della Gaudana, intitolato Bimproveri di Causalyd, nel 
quale il discorso di Causalya a Dasaratha assume 
un carattere grave e severo, diverse dal tuono la- 
men toso adoperato finora. 

II capitolo lxii dei Gaudani, lxi dei boreali, 
intitolato Lamento di Causalyd, diflerisce assai nelle 
due recensioni. Nella boreale nulla e detto del 
dolore di Causalya pel volontario esilio di Lacs- 
mana, che voile generosamente farsi compagno al 
fratello Rama, ed esular con lui nelle selve. II 
rammarico di Causalya e il suo lamentare la sorte 
di Lacsmana sono espressi nei Gaudani in pin 
versi al cominciar di questo capitolo. La simili- 
tudine dei brahmani, die ricusano di gustare gli 
avanzi d’un convito funebre, a quella guisa, che 
Rama reduce dalle selve rifiutera il regno stato 
posseduto da Bharata, non si trova nei Gaudani, 
i quali lianno in quella vece altre similitudini, 
che mancano nei boreali. Sul finir del capitolo i 
boreali parlano dei tre sostegni, irf?T, che lia quag- 
giu la donna. I Gaudani spongono in vece i quattro 
sostegni dell’ uomo. 

Al capitolo lxvi della recensione boreale, lxviii 
della Gaudana, che ha per titolo II soprassedere ai 
funerali di Dasaratha, il lamento di Causalya sull’ 


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LXVI 


INTRODUZIONE. 


estinto consorte e quasi intieramente diverso nelle 
due recension i. 

Difleriscono esse al capitolo lxxiii della Gau- 
dana, lxxi della boreale, intitolato Ritorno di Bha- 
rata. I nomi di piu luoghi attraversati da Bharata 
sono diversi nelle due recensioni; diverse pure al- 
cune particolarita geografiche : differente altresi e 
la descrizione dei segni di mestizia, che Bharata 
ravvisa nella citta d’ Ayodhya sull’ awicinarsi ad 
essa. 

Variano le due recensioni ai capitoli lxxviii, 
lxxix della Gaudana, i quali corrispondono al ca¬ 
pitolo lxxv della boreale, intitolato Giuramenti di 
Bharata. Dapprima, come dianzi ho indicato, la 
Gaudana fa del capitolo unico della boreale due 
capitoli, che han per titolo Rimproveri a Bharata, 
Giuramenti di Bharata. Sul cominciar del primo 
Bharata lamenta nei Gaudani la potenza del fa to, 
che ha spinto Y incolpabile Rama negli amari passi 
dell’ esilio, travolto la mente di Caiceyi cagion 
di quella sventura, consunta di dolore f infelice 
Causalya, condotto al sepolcro Dasaratha. Nei bo- 
reali invece a quello stesso luogo Bharata manifesta 
alia madre Caiceyi, che egli non vuole il regno 
dovuto a Rama. Variano inoltre le due recensioni 


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1NTR0DUZI0NE. 


LXVII 


nei giuramenti, che fa Bharata per attestare die 
egli e innocente dell’ esilio di Rama. Questa dif- 
ferenza e notevole, in quanto che meglio fa cono- 
scere, quali usi della vita piu rispettassero gli In- 
diani, quali cose avessero piu venerate e sante, 
quali maggiormente abborrissero. E qui m’ e parso 
degno d’ essere additato un giuramento, cbe si 
trova nella sola recensione boreale, alio sloco 3o. 
qtWsftqTrTT I 

fagmuT t -MWkTi !TfT: II 

Avvolto in vcste di penitente con un cranio in niano erri 
mendicando per la terra, qua! forsennato, colui, per istigazion 
del quale n ando in esilio quel generoso (Rama). 

Pare si faccia ivi allusione alia setta dei Sivaiti 
detti Capalici, di cui si trova nel dramma Prabo- 
dbacandrodaya un carattere espresso con vivissimi 
colori, e cbe usavano appunto andare attorno con 
un cranio in niano. Ma questa setta non e molto 
antica nell’ India. 

Mancano nella recensione boreale i capitoli lxxx, 
lxxxi , lxxxii della Gaudana, intitolati Discorso di 
Vasista, dove questi esorta Bharata a temperare il 
dolore della morte del padre e a darsi pensiero dei 
doveri estremi, cbe non furono renduti ancora all’ 
eslinto re; Lamento di Bharata , in cui esso s’ at- 


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lxviii 


INTRODUZIONE. 


trista della sventura, che s’ e aggravata sulla sua 
casa; Entrata nell’ assembled, nel quale si delibera 
degli ultimi ufficj che s’ hanno a rendere a Dasa- 
ratlia. Questi tre capitoli precedono il capitolo in¬ 
ti tola to Funerali di Dasaratha, lxxxiii dei Gaudani, 
lxxvi dei boreali. II qual capitolo e mol to men lun- 
go e men particolareggiato in questi, che in quelli, 
quanto ai riti ed alle ceremonie funebri. 

Manca nella recensione boreale il capitolo lxxxv 
della Gaudana, intitolato Dono dell’ accjua, dove si 
descrive la ceremonia funebre dello sparger sul 
corpo morto del re 1’ acqua lustrale attinta ai prin- 
cipali fiumi dell’ India, la Sarayu, la Vipasa, il Sa- 
tadru, il Gange, la Yamuna. 

Dopo il capitolo lxxxvii della recensione Gau¬ 
dana, lxxx della boreale, intitolato Aprimento della 
via, seguita in quest’ ultima il capitolo lxxxi, inti¬ 
tolato Entrata nell’ assemblea, che e una ripetizione 
inopportuna di cose gia dette, ed e tutt’ altra cosa, 
che il capitolo dello stesso nome, il quale trovasi 
piu addietro nella Gaudana. Questa ha in quel me- 
desimo luogo un capitolo tutto diverso, che porta 
il titolo Commendazione di Bharata, in cui Vasista 
invita Bharata ad accettare il regno, e questi il ri- 
cusa come appartenente a Rama. 


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INTRODUZIONE. 


LXIX 


II capitolo xcm della recensione Gaudana, in- 
titolato Dimande a Guha, manca nella boreale: seb- 
bene esso sia quivi molto opportuno per la transi- 
zione al capitolo seguente, che ha per titolo Dis- 
corso di Guha. 

Dopo il capitolo xcvn della recensione Gaudana, 
lxxxix della boreale, intitolato Tragitlo del Gauge, 
seguita nei Gaudani il capitolo detto Entrata nella 
selva Praydga. Questo capitolo manca nei boreali. 

Altre e pur notabili differenze potrei additare sul 
finir del libro II; ma non proseguiro piu oltre. 
Quello, che son venuto finora discorrendo, credo 
dover bastare al bisogno. Non ho messo in rilievo 
che le differenze le piu sostanziali, le piu impor- 
tanti. Oltre quelle, altre minute differenze di pen- 
sieri, di nozioni, d’imagini, di collocazione, d’or- 
dine occorrono qua e la frequentissime nei poema; 
e per addurne alcune, al libro I, capitolo xi delle 
due recensioni, Dasaratha, neff incaricar Suman- 
tra d’ invitare i brahmani all’ Asvamedha, partico- 
lareggia nei Gaudani alcune condizioni o grada- 
zioni brahmaniche, delle quali non e fattaparola nei 
boreali, specificando, per caso d’ esempio, i brah¬ 
mani Srotriyi, Calatrini ed altri. Ai capitoli xxix e 
xxx boreali, xxx e xxxi Gaudani, variano le due 


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lxx 1NTR0DUZ10NE. 

recensioni nei nomi e nell’ enumerazione delle 
armi e delle formole misteriose comunicate da 
Visvamitra a Rama. A1 capitolo xxxvm boreale, 
xxxix Gaudano, i boreali rappresentano il Gange 
trasmutato in forma aerea per sottrarsi agli am- 
plessi d’Agni (il fuoco) : i Gaudani non hanno 
questa particolarita. A1 capitolo xl i boreali fan no 
Indra rapitor del cavallo destinato al sacrifizio di 
Sagaro; ne’ Gaudani, cap. xlii, Brahma manifesta 
ai Devi, che il rapitore e Vasudeva, come lo era di 
fatto. Al capitolo lxxi i Gaudani hanno quattor- 
dici versi, che mancano nei boreali: si narrano ivi 
le mutue accoglienze e i ragionamenti di Dasaratlia 
e Visvamitra, e il conversar dei Muni nella reggia 
di Ganaca. Nei capitolo lxxv boreale, lxxvii Gau¬ 
dano, e differente il discorso di Dasaratlia volto a 
placare Gamadagnya apparso improvvisamente tra 
spaventosi portend per combatter con Rama. 

Al capitolo viii,lib. II, i Gaudani narrano d’ una 
maledizione lanciata da un bralimano contro Cai- 
ceyi ancora fanciulla nella casa paterna : i boreali 
non ne fan menzione. Quell’ imprecazione brali- 
manica e mentovata qui molto acconciamente per 
alleviare f odio soverchio, che peserebbe sopra Cai- 
ceyi, cagione di tante sventure alia real casa di 


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INTRODUZIONE. 


LXXI 


Dasaratha, e fa intravedere in tutta questa catena 
d’eventi una certa fatale necessita, che ne rende 
la manifestazione piii efficace ed incisiva. A1 capi- 
tolo xxxii, i Gaudani fan menzione di piu persone 
impiegate a diversi ufficj nella reggia di Dasaratha, 
cui Rama invia doni prima d’ andarne in esilio, le 
quali non sono menzionate nei boreali. A1 capitolo, 
dove si descrive la condizion d’ un regno privato 
di re, differiscono assai di pensieri e d’imagini le 
due recensioni. 

Nell’ ordine de’ capitoli variano esse pure a quan- 
do a quando; e per recarne alcuni esempj : lib. I, il 
capitolo intitolato Generazione delle scimmie ( silvani ) 
si trova nei boreali dopo quello, che ha per titolo 
Apparecchio del nettare; nei Gaudani sta piu conve- 
nientemente dopo il capitolo detto Nascita dei Da- 
sarathidi. Lib. II, il capitolo xliv boreale, intitolato 
Discorso di Sumitrd, si trova nei Gaudani con nota- 
bili dilferenze al numero lxiv. Alcuna volta anche 
i miti sono variamente esposti nelle due recen¬ 
sioni, piu o meno svolti nelf una, che nelT altra. 
Per caso d’ esempio : il mito di Surabhi piangente 
la sorte de’ giovenchi suoi figli aggiogati all’ aratro, 
il qual mito si trova al capitolo lxxvi dei Gaudani, 
lxxiv dei boreali, e molto piu sviluppato e si dis- 


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LXXII 


INTRODUZIONE. 


tende in molti piu particolari in quelli, che in 
questi. Ma qui m’ arrestero. Parmi aver dimostrato 
evidente, che le differenze tra le due recensioni sono 
ben altre, che di semplici parole e locuzioni, come 
affermano i Signori di Schlegel e Lassen; che esse 
vanno tant’ oltre, quanto il pu6 comportare 1’ iden¬ 
tity del poema; che non possono essere derivate da 
voglia d’innovare, poiche quasi sempre, allorche i 
Gaudani consentono appieno coi boreali nelleidee, 
consuonano anche con essi nel modo di esprimerle, 
vale a dire nella locuzione; che tali differenze in- 
fine non possono essere state originate da altra 
cagione, fuorche da una diversa tradizione del 
poema. 

Vuolsi ora esaminare un’ altra asserzione dei due 
illustri critici: che precipuo scopo, cioe, della scuola 
Gaudana, appare essere stato quello di toglier via 
dal poema vocaboli anticati e forme men regolari, 
di rinfrescarne e ringiovanirne la favella. M’ oc- 
correra piu sotto d’ aver a parlare alquanto piu 
distesamente della lingua del Ramayana : qui mi 
ristringer6 a dimostrare, se sia vera od erronea 1’as¬ 
serzione soprammentovata. I Gaudani, cosi si af- 
ferma, intesero a purgare il poema da alcune forme 
insolite, da certe licenze epiche, per cagion d’ esem- 


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1NTR0DUZI0NE. 


LXXIII 


pio, l’omissione dell’ aumento al passato imperfetto, 
la desinenza invece di ne’ gerundj de’ verbi 
semplici, e da altre simili deviazioni. Veggiamo. 

Libro I. — Al cap. xliii , si. ultimo, occorre la 
locuzione , la quale presuppone una forma 

antica, fuori d’uso nella lingua classica, ma con- 
gruente all’ organismo del sanscrito, la forma, dico, 
invece di^4. Tutti i manoscritti Gaudani, che 
mi venne fatto di consultare, hanno la stessa lezione, 
alia quale per altro si sarebbe potuto sostituire la 
locuzione , che avrebbe a un dipresso, 

avveguache meno eflicacemente, espressa la mede- 
sima idea. Al capitolo xlv, sloco 25, s’ incontra 
il vocabolo neutro unito in costruzione con 
mascolino. Al capitolo xlvi, sloco 3o, si 
trova la forma passato imperfetto senza au¬ 
mento invece di . Al capitolo lxvii, si. i5, 

occorre il vocabolo nel senso di ^T^rtPT, se- 
condoche l’interpreta il commentatore Locanatha, 
il quale senso non trovo che abbia quel vocabolo 
nella lingua comune; indizio cbe in tale signifi- 
cato e quella una voce anticata, simile ad altri 
vocaboli Vedici dello stesso genere. Al capitolo lxx, 
sloco 3 , si trova la forma ITJTTfFrT , accusativo del 
participio UStllttd , adoperata, a quel che pare, per 

1 . k 


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LXXIV 


INTRODUZIONE. 


allungare la penultima sillaba del primo pado; seb- 
bene in quella sede non sia la lunga punto neces- 
saria : cosicclie si sarebbe potuto usare la forma 
regolare MSLMHd. 

Libro II. — A1 cap. xxv, si. 34, occorre il da- 
tivo Vedico ^ del pronome A1 capitolo xxxm, 
si. 3, s’ incontra in tutti i codici manoscritti Gau- 
dani la forma ^z||di, la quale non si pud risol- 
vere altramente cbe derivandola dalla radice ^ in 
questo modo : ^ -+- ?IT -t- Ml . V’ hanno in 
essa due irregolarita: 1 ’ una, cbe manca f aumento; 
1 ’altra, die la radice ^ si trova adoperata all’ atma- 
nepado contro le leggi dei dhatupati. A1 capi¬ 
tolo xxxiv, stanza 28 , si trova la forma gerundiale 
% 5 T, alia quale si sarebbe potuta facilmente sos- 
tituire nello stesso senso la forma regolare 
ovvero elidendo la lettera fT, e mutando il 
tsr in . 

Libro III. — A1 capit. lxi, si. 18 , occorre la for¬ 
ma Jj^r invece della regolare La stessa for¬ 

ma s’ incontra di nuovo al capitolo xi del libro IV, 
si. 19. Al capitolo lxxi, si. 11, si trova la forma 
driyrj senza aumento. Al capitolo lxxiv, sloco 12, 
occorre la locuzione *TT altro passato imper- 
fetto senza aumento ; e qucsta irregolarita sarebbesi 


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INTRODUZIONE. 


LXXV 


facilinente potuta tor via sostituendo flT ssHld^, cbe 
non avrebbe in nulla danneggiato il senso. 

Libro IV. — A1 capitolo xlv, si. i5, si trova il 
vocabolo dHMdti locativo di cRfarft non al tutto re- 
golare. Ancbe qui si sarebbe potuto agevolmente 
ridurre il testo a regola, sostituendo a <T dHM«yf 
la locuzione fdfatddR. Al capitolo lxiii, si. 46, si 
trova la locuzione *rf nuovo passato 

imperfetto senza aumento; alia quale irregolarita 
si poteva rimediare scrivendo . 

Libro V. — Al capit. vi, si. 6 , occorre la forma 
inascolina che sta invece della femminina 

, die sarebbe richiesta dal nome con cui 
s’accorda. Al capitolo xxxiv, sloco i4, si trova la 
forma iNM^d priva d’aumento. Al capitolo xxxvn, 
sloco 38, si trova il gerundio in luogo di 
HfiirMI. Al capitolo lxxv , sloco 8 , il mascolino 
JtTRJTFT: e fatto concordare col neutro^ 5 ri%; mentre 
si sarebbe potuto rendere la locuzione regolare sos- 
lituendo tJiddT: al . Tutte queste irregolarita 
appartengono all’ organismo grammaticale. 

Ma s’ incontrano eziandio nella recensione Gau- 
dana irregolarita di metro. Al capitolo l\ del li¬ 
bro I, sloco 26 , occorre un verso soprabbondante 
d’una sillaba, il quale si trova in tutti i manoscrilli, 


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LXXVl 


INTRODUZIONE. 


e che senza alcuna difficolta si poteva einendare. 
Esso sta cost : 

Sostituendo al ed ?r^f?r all’ 3 ^%, il 

verso corre regolare, senzache ne venga in nulla 
alterato il senso. Un altro verso con una sillaba 
soprabbondante si ritrova in tutti i manoscritti al 
capitolo lxvi del libro I, sloco 19 : 

sFEftfa »j5T 1 

Ad emendatori di testo intend a ridurre ogni 
cosa a regola non sarebbe stato oltremodo diffi¬ 
cile rivolgere quel verso in altra guisa e renderlo 
regolare. Ma tali irregolarita di metro forse erano 
sancite dalla tradizione, e i Gaudani l’hanno rispet- 
tata. Anclie ne’ Vedi occorrono sovente irregolarita 
metriche. Piu altre forme o irregolari o insolite, 
che si rinvengono nella recensione Gaudana, po- 
trei aggiungere a questo novero. Ma fard punto 
qui per non eccedere in lunghezza. Ora se si con- 
sideri, che la lingua del Ramayana e generalmente 
dal principio al fine stabile, regolare e conforme 
alle leggi dei grammatici, non ridondante d’ano- 
malie come la Vedica, ne ondeggiante e incerta 


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INTRODUZIONE. 


LXXVH 


come l’Omerica, di che m’occorrera di ragionare 
piu innanzi; che le sole un p6 frequenti deviazioni, 
le quali s’incontrano nella favella del Ramayana, 
consistono nell’ uso dell’ atmanepado in senso at- 
tivo invece del parasmaipado, e nel non attenersi 
sempre strettamente nelle inflessioni delle radici 
verbali alle indicazioni di Panini e degli spositori 
dei dhatupati, die concernono e definiscono la 
varia natura delle radici :, 

e 1’ uso loro proprio e speciale; che percorrendo 
tutta quanta la recensione boreale non si perver- 
rebbe forse a ricavarne maggior numero di forme 
irregolari, che non ne contenga la Gaudana : se si 
ponga mente, dico, a tutto questo, apparira evi- 
dente, che i diaschevasti Gaudani non inlesero in 
nessun modo a sceverare dal poema le irregolarita, 
che vi si trovavano; ma lasciarono intatte tutte 
quelle poche, che esso conteneva. Quanto al pre- 
sumere, che i Gaudani hanno voluto rischiarare, 
rinfrescare e ringiovanire il poema, dico che tale 
giudizio non ha fondamento alcuno, ne si potra da 
nessuno mai sostenere ed awalorare con prove. I 
luoghi oscuri della recensione Gaudana, mi pesa 
il confessarlo, sono molti pur troppo e piu fre¬ 
quenti assai, che non hisognerehbe; li indichero 


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LXXVI1I 


INTRODUZIONE. 


a mano a mano nella traduzione. Sfido poi chi die 
sia di citarmi un solo passo di questa recensione, 
dove appaja traccia d’una freschezza e d’ una gio- 
ventu artefatta. Vuolsi vedere che cosa sia il rin- 
giovanire, o per meglio dire, il raffazzonare una 
poesia antica, si pigli il Raghuvansa, e si scorgera 
che cosa sia diventata in esso la poesia Valmiceja. 
Ma chi osera dire, che appaja pure il piu piccolo 
vestigio di simile raffazzonamento nella recensione 
Gaudana? Il poema mostra in essa per ogni dove 
schiettissiina 1’ impronta d’un originalita primi- 
tiva, e tutta la semplicita, la naturalezza proprie 
d’un’ eta, in cui la poesia e una viva ispirazione 
e prorompe libera dalla mente del vate; ne 1’ arte 
colle sue sottigliezze, co’ suoi concetti elaborati, 
col suo lusso d’ espressioni e d’ ornamenti e anco- 
ra sottentrata alia spontaneita del genio. Nulla mu- 
tarono dunque i Gaudani per vaghezza d’ innovare; 
che se avessero pur voluto farlo, la frode non 
avrebbe potuto rimaner nascosta; 1’ arte stessa e lo 
studio posti a dissimularla, 1’ avrebbero disvelata; 
che i modi di quella poesia antica, primitiva, so- 
lenne, mal si possono contrallare, quand’ edilungo 
intervallo trascorsa l’eta opportuna a produrla. Ma 
i Gaudani intilolarono e proclainarono allamente 


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INTRODUZIONE. lxxix 

la loro recensione ram ay an a valmicejo, come i bo- 
reali, per differenziarlo dagli altri minori poemi 
dello stesso nome, che poeti piu recenti compo- 
sero sulle orme del Ramayana antico; ne alcuno 
mai nell’ India si sollevd a combattere 1’ autorita 
della recensione Gaudana e a dichiararla falsata, 
corrotta, illegittima, a quella guisa, per cagion 
d’ esempio, che s’ agit6, si dibatte vivamente fra i 
dottori indiani a proposito del Bhagavata Purana 
la questione della sua eta, del suo autore e della 
sua autenticita \ Ne vale qui 1’ esempio del gram- 
matico bengalico Vopadeva, il quale introdusse 
nella sua grammatica sanscrita, che ha per titolo 
Mugdhabodha , una nuova terminologia differente 
da quella delle altre scuole grammaticali che lo 
precedettero. Ben altra cosa e mutare la termino¬ 
logia in un sistema nuovo di grammatica, e pre- 
tendere di voler ritoccare, trasmutare, rifare un 
poema antico senza alterarne in nulla il proprio e 
nativo suo aspetto. Del primo modo di mutare, 
dilungandosi dai predecessori, v hanno esempj 
non solamente nell’ arte grammatica, ma in piu 
scienze e soprattutto nella filosofia. Del secondo 

1 Si vegga la bella e splendidissima prefazione dol Ch. Sig. 
E. Burnouf al Bhagavata Purana. 


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LXXX 


INTRODUZIONE. 


non v’ ha esempio che io sappia; giacche non is- 
timo mutare un poema antico il ridurne a forma 
moderna ed usata 1’ ortografia, com’ e opinione 
d’ un nobile ingegno mio concittadino 1’ illustre 
Sig. Amedeo Peyron essersi fatto d’ Omero ioniciz- 
zandolo, della quale autorevole opinione avr6 a 
toccare altrove, e come piu recentemente s’e fatto 
dei Niebelungen. 

La storia della Bengalia, atteso, come io penso, 
f eta riputata non molto antica in cui essa venne 
occupata dalle famiglie brahmaniche, ha sommi- 
nistrato al Lassen argomento di giudicare inve- 
rosimile, che possa essersi quivi conservata una 
particolar tradizione originale del Ramayana, in- 
dipendente dalla boreale. Esaminiamo in breve 
questo pun to. II Colebrooke, enumerando le classi 
della societa indiana \ afferma, e vero, che le 
presenti famiglie brahmaniche Bengalesi discen- 
dono da cinque brahmani chiamati dal paese di 
Canyacubga nella Bengalia da Adisvara re di 
Gaura, il quale e detto aver regnato novecento 
anni circa dopo G. C.; che da questi cinque capi 
di schiatta furono originate cento cinquanta sei 

1 Miscellaneous essays , vol. II, pag. 188. Enumeration of Indian 
classes. 


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INTRODUZIONE. 


LXXXI 


famiglie, le quali sono ora disperse per tutta la 
Bengalia. Ma il Colebrooke stesso soggiunge \ che 
al tempo in cui que’ brahmani furono chiamati 
dal re di Gaura, alcuni altri brahmani Sarasvati e 
Vaidici gia risiedevano nella Bengalia, occupatori 
pin anticlii della regione. Inoltre lo stesso scrittore 2 
annovera in quella contrada dell’ India, che e detta 
Gambudvipa, dieci classi di brahmani, i Maithili, 
i Dravidi, ecc., i cui nomi sono tolti dalle varie re- 
gioni ch’ essi occuparono. Fra quelli numera i 
Gaudi, il cui nome debb’ essere derivalo esso pure 
dal nome del paese gia occupato da loro. E quesli 
Gaudi sarebbero appunto i brahmani anticlii della 
Bengalia, appellata altramente Gauda. D’ essi aven- 
do a parlare in altro luogo il Colebrooke scrive 3 : 
«Egli e d’uopo notare, che sebbene Gauda sia il 
« nome della Bengalia, tuttavia i brahmani, che 
i s’ appellan Gaudi, non sono abitatori della Ben- 
« galia, ma dell’ Indostan proprio, e risiedono prin- 
« cipalmente nel Suba di Delhi. Egli e difficile il po- 
«ter rendere ragione di questa discordanza. I brah- 
« mani Gaudi allegano una tradizione, secondo cui i 

1 MiscelL essays, vol. II, p. 188. Enumeration of Indian classes . 

2 Luogo cil. pag. 179. 

3 On the Sanscrit and Pracrit languages, pag. 26. 

1. / 


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LXXXII 


INTRODUZIONE. 


«loro antenati migrarono al tempo dei Panduidi sul 
« cominciar del presente Caliyuga.» Non e mio pro- 
posito determinare qui 1’ epoca precisa, in cui le 
famiglie brahmaniche occuparono la Cengalia. Ma 
risulta dalla mentovata tradizione, che dai brah- 
mani stessi indostanici si crede la Bengalia abitata 
antichissimamente da stirpi brahmanicbe. 

Altre regioni meridionali dell’ India e prossime 
alia Bengalia furono ab antico occupate da schiatte 
dell’ Indostan. I figli di Pururavas secondo re della 
dinastia lunare, la dinastia delle grandi migra- 
zioni, si stesero verso il mezzodi ai monti V indy a, 
e al di la di quelli a Vidarblia o Berar *. Anticbe 
relazioni strinsero insieme i reami del mezzodi e 
del settentrione dell’ India : di che e prova 1’ al- 
leanza del re di Gasi con Paundraca re di Pundra 
contemporaneo di Crisna 2 . Confine inoltre alia Ben¬ 
galia e quasi parte d’essa e la regione di Tirhut, 
1’antica Mithila cotanto celebrata nel Ramayana, 
d’ ondeRama tolse a consorte Sita,la bella Mitliilese, 
e dove regnava un ramo della schiatta degli Icsva- 
cuidi. Come mai si pu6 credere che il Ramayana, 
il quale, siccome e detto nel proemio, si recitava 

1 The Vishnu Purana, by H. H. Wilson; Preface, p. 69. 

2 Ivi, p. 598. 


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INTRODUZIONE. 


LXXXIII 


con tanto favore da Cuso e da Lavo, antiche per- 
sonificazioni dei rapsodi, per le citta e nelle reggie 
indiane tliiyiHtq, non sia stato porta to da una tra- 
dizione rapsodica a Mithila, sede di molti eventi 
celebrati dal Ramayana, e intimamente unita alle 
memorie consecrate dal poema? Sara esso pure 
stato recitato e diffuso per tutti i regni meridionali 
dell’ India confini alia Bengalia, e nella Bengalia 
stessa; e quesla tradizione del Ramayana traman- 
data d’ eta in eta, poi raccolta ed ordinata in 
Gauda, avra dato origine alia recensione Gaudana, 
mentre altri rapsodi cantando e difFondendo il 
poema al settentrione nelle regioni dell’ Indostan 
produssero la boreale. Tale debbe essere stata 1’ ori¬ 
gine della recensione Gaudana; tale e il traman- 
darsi e diffondersi delle epopee antiche per rap- 
sodia; in questo modo solamente credo potersi 
comprendere e spiegare le due recensioni. Il dire 
die la recensione Gaudana fu prodotta da un ri- 
mutamento d’ un’ altra recensione gia sussistente, 
lungi dallo spiegarne 1’origine, confonde tutle le 
nozioni stabilite inlorno alia natura delle epopee 
antiche, genera contraddizioni e di Hi col la inestri- 
cabili. Non credo esservi esempio, che alcuno ab- 
bia mai ritoccalo un monumenlo qualunque di 


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LXXXIV 


INTRODUZIONE. 


poesia antica senza alterarlo, scolorarlo, fame un 
non so che contralfatto e difforme, senzache l’in- 
novazione trapeli e si discopra : ma ne l’una cosa, 
ne 1’ altra, si scorge nella recensione di Gauda. 
Oltraccio come avrebbero i diaschevasti Gaudani 
osato por la mano profana sopra il testo d’un poema 
guardato con tanta religione nell’ India, impresso 
nella mente, corrente per le bocclie di tutti? Si 
sarebbe gridato al sacrilegio, e la memoria di 
quella profanazione sarebbe stata perpetuata. Ma 
tanto non osarono i Gaudani : clie anzi col loro 
Anucramanica, ossia elenco del contenuto, mostra- 
rono quant’ essi rispettassero quel gran monu- 
mento nazionale, quanto stesse loro a cuore il 
preservarlo incorrotto e puro d’ ogni innovazione. 
Ma perche mai avrebbero i Gaudani per sola va- 
gliezza d’innovare tolto a rimutare il Ramayana, e 
non parimente altri monumenti antichi, i Vedi per 
cagion d’ esempio, seppure e vero, come vuole il 
Lassen, che essi ambissero d’avere testi ritoccati, 
riordinati da loro, e fatti, in certo modo, quasi loro 
proprj ? Conchiudo adunque che i Gaudani non 
furono in nessun modo innovatori, ma veri diasche¬ 
vasti del Ramayana. 

Ma qui nasce la queslione : come poterono due 


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INTRODUZIONE. 


LXXXV 


recensioni d’ uno stesso poema riuscire 1’ una dalT 
altra cost differenti ? La cosa richiede una sposizione 
alquanto larga. II vate, che in un’ eta antica si fa 
cantor d’ un’ epopea, e men creatore della sua opera 
poetica che interprete delle tradizioni, delle me- 
morie nazionali, degli usi, delle instituzioni, delle 
idee di quella civilta, in mezzo a cui egli vive, e di 
cui egli lia, per cosi dire, attratti e incorporati a 
se gli elementi piu vitali. L’idea, il concetto dell’ 
epopea appartengono a lui, sono opera del suo ge- 
nio; ma gli elementi, che egli adopera, sussistono 
gia in gran parte, lo circondano, lo compenetrano 
per ogni lato. Se 1’ epopea venisse dal poeta conse- 
gnata fin da principio alia scrittura, ne andrehbe 
meno soggetta a mutazioni, sarebbe tramandala 
d’ eta in eta piu schietta e genuina. Ma uscita ap- 
pena dalla mente del vate viene ella confidata alia 
memoria di poclie persone, che la consegnano alia 
memoria d’altre, e cosi d’eta in eta si tramanda 
essa per rapsodia. Che accade frattanto? L’ epopea 
s’ era venuta formando in gran parte d’ elementi 
nazionali preesistenti, come poc’ anzi diceva; ma 
ella non avra certo potuto attrarne a se ed incor- 
porarsene tutta quanta la massa. Tra quelli stessi, 
cb’ella s’incorporo, alcuni possono essere slati in 


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LXXXVI 


INTRODUZIONE. 


questa od in quell’ altra guisa piii o meno modifi- 
cati, ovvero esposti secondo una tradizione piut- 
tosto che secondo un’ altra. La forma dell’ epopea, 
atteso il suo organismo tutto intessuto di narrazioni 
e d’ episodj, ammette facilmente addizioni e svi- 
luppi. Stando le cose cosi, i rapsodi padroni dell’ 
epopea, e per lo piu, se non grandi poeti, buoni 
verseggiatori ancli’ essi, cui debbe spesso ten tare il 
favor popolare e la compiacenza di far qualche cosa 
loro stessi, i rapsodi, dico, vanno innestando qua 
e la nell’ epopea nuovi elementi anti chi, o modifi- 
cando, svolgendo secondo altre tradizioni quelli 
che gia vi si trovano: e questo tan to piu facilmente, 
quanto il corso rapsodico del poema s’ andri dif- 
fondendo per piu ampio tratto di paese, e la fonte 
delle tradizioni sara quivi piu larga e copiosa, come 
avveniva appunto nell’ India. E cosi, trascorse al- 
cune generazioni, 1’ epopea antica si trova in parte 
mutata da quel ch’ ella era alia sua origine; no e 
credibile che un poema possa venire per molte 
eta tramandato a memoria e conservarsi in ogni 
sua parte scliiettissimo, quale usci dapprincipio 
dalla mente del poeta. Ma gli elementi, ond’ egli 
siviene accrescendo nell’ attraversar delle eta, sono 
ancli’essi anticlii, popolari, ricavati dalle viscere 


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INTRODUZIONE. lxxxvh 

stesse della tradizione, e in tutto connaturali a 
quelli, ch’ egli s’ incorpord sul suo nascere. Ond’ c 
die riesce oltremodo difficile, anzi sovente quasi 
impossibile lo sceverare gli uni dagli altri. E questo 
s’ awera massimamente nell’ India, dove per lo piu 
1’ opera dell’ individuo sparisce dinanzi a quella 
delle generazioni, dove i piu grandi monumenti 
letterarj appajono frutto non d’ una sola intelli- 
genza, ma di molte succedentisi nella stessa opera, 
e come il risultato del pensiero assiduo di piii eta 
successive. Ad un’ epoca piu o men lontana dall’ 
origine dell’ epopea appajono alfine i diasclievasti 
a raccogliere e consegnare alia scrittura il poema, 
quale si trova allora nella memoria e nella bocca 
dei rapsodi. Ma il poema & stato dalla rapsodia in 
diversa maniera, sebbene non sostanzialmente, 
trasmutato; die non tutti i rapsodi dispersi sopra 
vaste regioni poterono consentire nelle stesse mu- 
tazioni. Che avviene allora? Che le recensioni dei 
diaschevasti dovranno di necessita differire tra di 
loro, secondoche eglino s’ attennero a questa od a 
quella tradizione rapsodica del poema; e tanto piu, 
ove esse sieno state eseguite a grande distanza di 
paese 1’ una dall’ altra, come addivenne appuuto 
della Gaudana e della boreale. Tale s’ ha a credere 


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LXXXVIII 


INTRODUZIONE. 


essere stata la cagione della dilFerenza tra quelle 
due recensioni. Quando le varianti rapsodiclie d’ un’ 
epopea non sono in gran numero, ne di grande ri- 
lievo, allora i critici sceverando, scegliendo, finis- 
cono col ridurre ad unita il testo, come fu fatto 
dei poemi Omerici, nelle cui impressioni correnti 
le varianti sono poclie e leggere. Ma allorclie difle- 
renze frequenti e notabili si trovano nella tradi- 
zione d’ un epopea, debbono necessariamente ri- 
sultarne recensioni difl'erenti, le quali poi sussis- 
tono e si mantengono insieme, ma Tuna dall altra 
distinta, come la recensione Gaudana e la boreale. 

Oltre i codici manoscritti delle due recensioni 
Gaudana e boreale si trovano altre variela di co¬ 
dici del Ramayana Valmicejo. II Sig. di Sclile- 
gel 1 accenna una recensione chiamata australe 
di cui e fatla menzione in un codice 
della boreale all’ occorrenza d’ un capitolo di questa, 
che e detto da uno scoliaste mancare nell’ australe. 
Nessun manoscritto di tale recensione m’ awenne 
di ritrovare, e non sono lonlano dal credere cbe 
quella recensione non sia per avventura altra cbe 
la Gaudana stessa, a cui si potrebbe ben applicare 
eziandio il nome di australe. Mi conferma in questa 

1 Praf. pag. xxxiii. 


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INTRODUZIONE. 


I.XXXIX 


opinione il vedere che quel capitolo stesso, indicato 
colie parole iniziali <T ^TH:, il quale c detto dallo 
scoliaste non trovarsi nella recensione australe, 
manca appunto nella Gaudana. Se questa conget- 
tura venisse ad avverarsi, sarebbe un nuovo argo- 
mento in favore dell’ autorita della recensione Gau¬ 
dana, siccome riconosciuta e citata dagli scoliasti 
stessi della boreale. V’ hanno del Ramayana codici 
cbe il Sig. di Sclilegel chiamo eclettlci, perche se- 
guitano ora i boreali, ora i Gaudani, ma assai piu 
questi che quelli; onde si potrebbe dire non esser 
essi altro cbe una gradazione della recensione Gau¬ 
dana. V’ hanno altri codici ancora, cbe non saprei 
presentemente come distinguere, perche non mi 
venne fatto di vederne ancora che una mostra, vale 
a dire 1’ultimo libro del poema, V Uttarncanda. E 
questo un manoscritto dell’ East-India-house, cbe 
descriver6 a suo luogo. 11 testo di quel manoscritto 
non e precisamente ne quello della recensione bo¬ 
reale, ne quello della Gaudana, ne quel de’ codici 
eclettici : si diflerenzia da tutti. La diflerenza con- 
siste per lo piu nella locuzione, non di rado nei 
concetti; qualche volta in versi intieri, che man- 
cano o soprabbondano ragguagliandolo agli altri 
generi di codici. Ma tutta questa varieta di mano- 

1. HI 


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xc 


INTR0DUZ10NE. 


scritti si pub facilmente ridurre all’ una o all’ altra 
delle due recensioni Gaudana o boreale, le sole cbe 
si distinguonoper differenze notabili ed importanti. 
Poiche c difficile oltremodo, cbe dalla tradizione 
d’ un’ epopea nascano piu di due recensioni nota- 
bilmente differenti. 

Ora se alcuno domandi quale delle due recen¬ 
sioni s’abbia a stimare piu sincera, meglio ritraente 
la forma antica e il primitivo aspetto del Ramayana, 
quale s’ abbia a tenere in maggior conto; rispon- 
dero, cbe in tanta distanza d’ eta e scarsezza di 
notizie positive e impossibile definire quale delle 
due sia piii conforme al tipo primiero, originario, 
e meglio rappresenti il poema cosi qual era, allor- 
che Cuso e Lavo, i primi rapsodi, lo raccolsero 
dalla bocca di Valmici, e cominciarono a divul- 
garlo. Il solo mezzo atto a rischiarare questa ques- 
tione era il confronto delle due recensioni. Ora tale 
mezzo adoperato colla critica piu riguardosa, lungi 
dall’ aver nulla provato in favore dell’ una o dell’ 
altra, ha dimostrato invece, che amendue conser- 
vano lo stesso aspetto d’ antichita, la medesima im- 
pronta d’originalita primitiva, ed hanno per con- 
seguenza diritto alia stessa autorita, alia medesima 
fede. Le due recensioni sono come due teste ere- 


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1NTR0DUZI0NE. 


xci 


sciute sur uno stesso tronco, un’ idra, per dir cosi, 
nelT ordine delle produzioni intellettuali. L’ una e 
1’ altra perci6 vogliono essere genuinamente pubbli- 
cate, aflinche quel nobile monumento dell’ anti- 
chita sia pienamente e perfettamente conosciuto. 
Fra le due recensioni non v’ lia scelta possibile. 

Non voglio per altro qui omettere di notare, che 
si rinvengono nella recensione boreale, ed in questa 
solamente non nella Gaudana, alcuni luoghi, la 
cui schiettezza ed autorita si potrebbe gia di pre¬ 
sente mettere in dubbio, e si potra forse piu tardi 
negare affatto. Ne citero alcuni. A1 libro I, cap. xix 
dei boreali, intitolato Nascita dei Dasaratliidi , si 
trova fatta espressa menzione dei segni zodiacali, 
quali furono essi in uso presso i Greci. Ora, se ve- 
nisse ad essere pienamente confermata e solidata 
1’ opinione sostenuta con tanto vigore dal Cli. Sig. 
Letronne \ alia quale con qualclie modificazione 
s’ accosto 1’ Ideler, vale a dire, che il Zodiaco solare 
colie figure e denominazioni greche fu introdotto 
nelT India, non meno che nell’ Egitto, dai Greci, 
ne risulterebbe per diritta conseguenza o che il 
Ramayana nacque nell’ India dopo che i Greci v a- 

1 Sur I’origine du Zodiaque grec , el sur plusicurs points de Tastro- 
nomie el de la chronologie des Chaldeens, par M. Letronne. 


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XCII 


1NTR0DUZI0NE. 


veano porta to il loro Zodiaco, asserzione che non 
si puo ammettere, come m’ingegnerA di provare 
piu innanzi parlando dell’ antichita del poema, o 
che tutto quel passo della recensione boreale e spu- 
rio ed intruso. Ed appunto il non trovarsi menzione 
dei segni del Zodiaco nella recensione Gaudana 
parmi accresca autorita alia teoria del Sig. Letronne. 
Giacche per qual cagione manclierebbe egli ne’ 
Gaudani quel luogo dei boreali, se non per quella 
medesima che vi manca eziandio la menzione dei 
buddliisti noverati nei boreali insieme cogli atei, 
vale a dire percbe quel luogo non pare doversi ri- 
putare sincero ed autentico? A1 capitolo lv, sloco 2, 
tra le genti, che Sabala produce dal suo corpo per 
opporle a Yisvainitra, sono dai boreali annoverati i 
barbari. Non so se il significato di popoli bar- 
bari, che s’ attribuisce qui a questo vocabolo, sia 
molto antico. Il nome proprio, con cui il sanscrito 
distingue le genti barbare, e . A1 vocabolo 
non veggo attribuita nei dizionarj altra significa- 
zione, che quella d’ una special pianta cost cliia- 
mata. A1 libro II vengono dai boreali menzionati 
i seguaci di Buddha, ed involti nello stesso anatema 
coi ndstichi od atei. Questo luogo accenna 

un’ epoca comparativamente tarda, in cui 1’ odio 


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1NTR0DUZ10NE. 


xcm 


tra i brahmani e i buddhisti s’ era gia venuto esa- 
cerbando e manifestato in aperta guerra. II Sig. di 
Scblegel giudicd dirittamente che tale luogo, il 
quale non si trova nei Gaudani, doveva essere ille- 
gittimo e intruso, e 1’ escluse dalla sua impressione. 
Ma il trovarsi esso nella recensione boreale non e 
certo una prova della costante e perfetta sincerita 
di quella recensione. 

Potrei qui annoverare alcuni difetti d’ esecuzione 
che si trovano nei boreali, e non nei Gaudani. Ma 
perche cio nulla conferirebbe alio scopo di questa 
disputazione, cbe era di provare la legittimita e 1’ au- 
tenticita della recensione di Gauda, e non dimos- 
trerebbe altro se non die i diaschevasti Gaudani 
si governarono con migliore critica cbe i boreali 
nell’ ordinare il poema, mi rimarrd dal proseguire 
piu oltre questa discussione cresciuta gia a troppo 
maggior mole, che non m’ era presupposto; e con¬ 
ciliate omai in vincolo fraterno le due recensioni, 
entro in una nuova indagine che le concerne e le 
abbraccia amendue, quella, voglio dire, dell’ anti- 
chita del poema. 

A chi sia pur alquanto versato nella conoscenza 
di questi studj non e bisogno che io accenni, che 
la disquisizione in cui entro e piena di difficolta e 


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XCIV 


INTRODUZIONE. 


d’incertezze, da nessuna traccia ancora segnata, 
distinta appena da alcuni deboli e scarsi indizj, 
dubbia guida alia via. Dai Greci non e da chieder 
lume, onde rischiarare la storia letteraria dell’ In¬ 
dia, e dissipare 1’oscurita cbe i secoli banno ad- 
densato sui monumenti piu antichi della letteratura 
sanscrita. Quello, che sulla fede dei Greci compa- 
gni della spedizione d’ Alessandro, e principalmente 
di Nearco e Megastliene, banno lasciato scritto sull’ 
India autori posteriori, e di poco o nessun sussi- 
dio, quando si pon mano a smuovere le questioni 
piu intime e recondite concernenti la letteratura e 
la civil ta indiana. I Greci non penetrarono mol to 
addentro nella conoscenza dell’ India : colsero essi 
bensi alcuni tratti piu appariscenti di quel gran 
corpo sociale, ma sfuggirono loro gli elementi piu 
important del suo organismo. Eglino s’ applicarono 
precipuamente a descrivere le regioni, i siti, la 
temperie del cielo, le produzioni naturali dell’ Indi- 
co suolo, il modo di vestire, d’ armarsi alia guerra, 
ed altri simili usi de’suoi abitatori; dissero alcuna 
cosa delle varie classi in cui e partita la societa > 
indiana, e ritessendo le veccbie favole delle spe- 
dizioni d’ Ercole e del padre Libero fecero buo- 
namente questo primo institutore della civilta 


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1NTR0DUZI0NE. 


xcv 


indiana '. Nessun aiuto 6 adunque da sperare dai 
Greci per giungere a discoprire 1’ eta probabile del 
Ramayana, come nulla si pu6 concbiudere contro 
la sua antichita dal non trovarsene menzione presso 
quegli scrittori, cbe raccolsero le nozioni sulT India 
dei compagni d’ Alessandro. Ne dagli scrittori stessi 
indiani si possono ottenere dati precisi, improntati 
di certa nota di storica verity, atti per se soli a sta- 
bilire indubitabile 1’ eta del poema. Mancano per 
lo piu dati cosiffatti sulle epopee antiche presso 
que’ popoli stessi, dove la storia diffuse precoce il 
suo lume; quanto meno s’hanno a sperare nell’In¬ 
dia , la dove le menti furono sempre piu propense al 
meditare cbe al narrare, a slanciarsi audacemente 
verso le regioni dell’ ideale e dell’ infinito, cbe a 
consegnare alia memoria nella loro realta eventi 
circoscritti in angusti confini, dove in una parola 
la contemplazione e la poesia soffocarono la storia ? 
Rimane adunque cbe con intento studio si rin- 
traccino tutti quegli indizj, da cui pu6 emergere 
qualche lume, e si tenti per essi di stabilire quanto 
piu precisamente sia fattibile 1’ eta del Ramayana. 

Al capitolo terzo del proemio, cbe ha per titolo 

1 Si vegga il sunto di storia dell' India di Arriano, e il libro xv 
di Strabone. 


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XCVI 


1NTR0DUZ10NE. 


Sunto del poema, e narrato che Valmici, dopo aver 
tutto incarnato nella sua mente il Ramayana, lo 
consegnd alia memoria di due figli di Rama, Cuso e 
Lavo; che questi, raccolto dalla bocca del vate il 
poema e cantandolo per 1’ India tra le adunanze 
solenni di bralimani e di csatri, giunsero al cospetto 
di Rama, il quale udi maravigliando le sue gesta 
poeteggiate da Valmici. La tradizione adunque fa 
nell’India Valmici contemporaneo di Rama, e pone 
la creazion del poema in quella eta stessa, in cui 
si compi6 la grande impresa cbe ne forma il sog- 
getto. So che la tradizione sovente si compiace di 
circondare di finzioni e di racconti favolosi le opere 
piu antiche e venerate, e i nomi piu popolari ed 
illustri, quelli soprattutto de’ grandi poeti; ma non 
ne segue perci6 cbe tutte sieno inventate ed imma- 
ginarie quelle notizie, cbe la tradizione ha traman- 
date, risguardanti le opere antiche e i loro autori; 
che nulla v abbia in esse di storico e di vero. I rac¬ 
conti favolosi inventati sui grandi nomi e sulle 
grandi opere facilmente si distinguono al primo 
aspetto; giacche per lo piu ei porlano con loro un tal 
carattere di maraviglioso e di strano, cbe non con- 
sente d attribuir loro altro valore cbe quello d’ una 
finzione popolare. Tale c, per cagion d’esempio. 


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INTRODUZIONE. 


XCVII 


quello che e narrato nelf Adbhuta Ramayana, che 
Valmici sessanta mila anni prima della nascita di 
Rama aveva profetando composto un poema di piii 
milioni di versi, del quale grandemente si dilettava 
Brahma e tutta la sua corte celeste. Tale ancora e 
quell’ altra finzione simile alia precedente, che si 
trova nel Mahabharata 1 , che Dvaipayana compose 
ab antico un Mahabharata gigantesco di sei milioni 
di sloclii; della quale massa smisurata di poesia tre 
milioni di sloclii formano il Mahabharata cantato 
nel mondo dei Devi, un milione e mezzo quello che 
si recita nel mondo dei Pitri, un milione e quat¬ 
trocento mila quello che si canta tra i Gandharvi, 
e cento mila sloclii compongono il Mahabharata 
umano, quello divulgato nel mondo di quaggiu tra 
gli uomini. Ma la tradizione popolare, che fa Val¬ 
mici coevo di Rama, e narra tutti i particolari della 
prima propagazione del Ramayana, non solamente 
non ha nulla d’inverosimile, ma si mostra cosi pro- 
babile e degna di fede, quanto qualsivoglia altro 
fatto storicamente narrato. Ma v’ ha qui piu ancora 
che una semplice tradizione popolare conservata 
nel proemio del poema. Il medesimo fatto dell’ esser 
stato Valmici contemporaneo di Rama vien confer- 

1 Vol. 1, pag. j. 

i. ^ 


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XCVIII 


INTR0DUZ10NE. 


mato da alcuni luoglii del poema stesso, in cui 
Valmici si noma e parla di se in terza persona, 
come usano in simili casi parlar di se gli autori. A1 
capitolo lvi del libro II dell’ impressione Schlege- 
liana si accenna V incontro di Rama con Valmici in 
un romitaggio del Citracuta. 

E in tale guisa Sita, Rama e Lacsmana pervenuti al romi¬ 
taggio s’inchinarono atteggiati di reverenza innanzi a Val- 
miei. 

II codice devanagarico di Parigi m 1 fa di nuovo 
menzione dell’ eremo di Valmici al libro II, nel 
capitolo intitolato in quel codiceH<dl4=laj: Entrata di 
Bharata. Bharadvaga descrive in esso a Bharata il 
Citracuta dimora eletta da Rama, e tra le cose die 
addita di quel celebre monte v’ ha il romitaggio di 
Valmici: 

f^Tt STSETI 

E quivi, o Ragavo, ¥ eremo divino di Valmici il grande 
Risci. 

Questo fatto del sincronismo di Valmici e di 

1 Si vegga sul finir delF Introduzione la descrizione dei ma- 
noscritti. 


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1NTR0DUZI0NE. 


XC1X 


Rama conservato dalla tradizione nel proemio del 
poema, e confermato da due luoghi del poema 
stesso, pare dovrebbe servire come di fede di nascita 
al Ramayana. Rama visse sul finir del tretayuga (in- 
torno a cio non v’ ha dubbio), ed e per conseguenza 
separato dall’ eta presente da una parte del cali- 
yuga e da tutto il dvaparayaga. Non ignoro cbe tali 
eta o cicli, cbe gli Indiani chiamano yuga, non sono 
per anco ben eircoscritti tra certi limiti e raggua- 
gliati concordemente all’ era nostra; e cbe per con¬ 
seguenza il dire cbe Rama visse sul finir del treta- 
yuga, non e determinare con esattissima precisione 
f eta in cui s’ abbia a collocare. Malgrado f indica- 
zione cronologica soprammentovata, variano in- 
torno all’ eta di Rama il Jones, il Bentley ed il Tod, 
de’ quali il primo pone l’eroe del Ramayana all’ 
anno 2029, il secondo all’ anno g 5 o, il terzo al 
1100 innanzi G. C. 1 Non e mio proposito entrare 
ora qui in una lunga discussione cronologica; ne 
pretendo determinare esattamente l’anno, il mese, 
il giorno in cui nacque Rama. Bastimi, cbe 1 ’an- 
tichita dell’ eroe del Ramayana & suflicientemente 
dimostrata dal trovarsi esso (e in cio s’accordano 
tutte le autorita) anteriore d un’ intiera eta ciclica, 

1 Prinseps useful Tables, part. Il, pag. 78 c 95. 


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c 


INTRODUZIONE. 


il dvaparayuga, all’ eta presente che chiamano call- 
yuga, la quale gli Indiani fanno incominciare piu 
secoli innanzi 1 ’ era nostra. Che se avessi pur a dire 
con maggior precisione in quale secolo innanzi 
1 ’ era cristiana io tenga piu probabile aversi a porre 
Rama, giudicherei doversi esso collocare verso il 
tredicesimo secolo priina di G. C. Da Rama lino a 
Sumitra contemporaneo, come appare, di Vicra- 
maditya (anno 57 innanzi G. C.) si noverano cin- 
quanta sei re suoi successori l . Dando secondo un 
computo verosimile e fatto un ragguaglio generale 
vent’ anni o poco piu di regno a ciascuno, si per- 
verrebbe appunto al tredicesimo secolo innanzi 
1 ’ era cristiana 2 . Ma a questo giudizio non intendo 
attribuire altro valore, che quello d’ una probabile 
congettura. Quanto I10 detto fin qui intorno all’ an- 
ticliita di Rama, si potrebbe applicare a Valmici 
autor del Ramayana, il cui sincronismo con Rama 
e indicato, come dimostrai poc anzi, nel proemio 

] Prinsep’s useful Tables, pag. 107. 

2 Questo computo si trova confermato dalla serie dei re del 
Casmir della prima epoca. La durata media di ciascun regno ri- 
sulta di venti quattr anni circa. (Rddjatarangini, Histoire des rois 
du Kachmir, traduite et commentee par M. A. Troyer, tom. II, 
pag. 373.) 


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INTRODUZIONE. 


ci 


del poema, e confermato da due luoglii del poema 
stesso. In tale caso sarebbe recisa la questione e 
dimostrata 1* antichita del poema, sebbene non de- 
terminata con tutta precisione la sua et&: cosa dif¬ 
ficile non solamente pel Ramayana, ma pei poemi 
stessi d’ Omero. Ma perocche non mancheranno 
alcuni o piu increduli o piu ritrosi, ai quali parra 
sospetta la testimonianza del proemio dell’ epopea,. 
perclie opera dei diaschevasti e fondato solamente 
sulla tradizione, e dubbia 1* autorita dei due luo- 
ghi del poema, perche que’ luoghi non si trovano 
nella recensione Gaudana, nella quale del sincro- 
nismo di Rama e di Valmici non e fatta menzione 
che nell’ ultimo libro, 1 ’ Uttaracanda, sulla cui au- 
tenticita si muovono alcuni dubbj : e parra inoltre 
a taluni poco probabile che Valmici contemporaneo 
di Rama abbia potuto intessere finzioni poeticlie 
ed eventi immaginarj nel suo poema, che cantava 
un’ eroe tutt’ ora vivente e fatti pur allora succe- 
duti e presenti alia memoria di tutti; come se non 
fosse proprio della poesia epica lo slanciarsi istin- 
tivamente nel maraviglioso, e stendere sulla realita 
degli eventi un sottil velo di finzione; come se 
questa finzione, questo maraviglioso non formas- 
sero in un’ eta eroica la delizia d’ uomini d’ accesa 


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ch INTRODUZIONE. 

fantasia, allora eziandio che e loro nota la verita dei 
fatti recenti che poeteggia il vate; come se inline 
non vi fossero esempj da noi non mol to lontani d’av- 
venture e di fatti recenti favoleggiati nei poemi ca- 
vallereschi del medio evo : per queste cagioni verro 
qui condensando, quasi in piccola oste nella quale 
ai forti sono frammisti i deboli, tutti quegli indizj 
ed argomenti, che mi pajono confermare l’anti- 
chita del Ramayana. 

Attraverserd dapprima senza arrestarmi tutta 
1 ’epoca puranica, quella, vale a dire, in cui se- 
condo il giudizio di due illustri maestri di questi 
studj, i Signori Wilson ed E. Burnouf *, furono 
rimpastati e ridotti alia loro forma presente i Pu- 
rani, epoca, siccome essi pronunziarono, compa- 
rativamente recente, e con tale evidenza posteriore 
all’ epoca epica del Ramayana, che non e qui mes- 
tieri di lungo discorso. Lasciata adunque tale epoca 
addietro, vengo al secolo di Vicramaditya (anno 57 
innanzi G. C.). Trovo qui un poema che celebra 
in gran parte, ma compendiati, i fatti stessi can- 
tati dal Ramayana, voglio dire il Raghuvansa di 
Calidasa. Quand’ anche la sua forma compendiata 

1 Si vegga la prefazione al Bhagavata Puiana del Sig. E. Bur¬ 
nouf, pag. xxiv e seg. 


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INTRODUZIONE. 


cm 


non fosse sufficiente indizio della sua posteriority 
al Ramayana, giacche i sunti sogliono venir dopo 
le grandi esposizioni dei temi; quand’ anche la sua 
posteriority non fosse dimostrata dalf arte con cui 
e elaborata quella poesia, tanto distante dalla sem- 
plicita e naturalezza della poesia Valmiceja, Cali- 
dasa stesso nel proem io del suo poema rende aperta 
testimonianza, che altri poeti anteriori a lui gli 
schiusero la via in quel medesimo tema : 

mm ^ | 

wt % nf?r: n 

Ma il mio entrare nelle lodi di questa stirpe, a cui poeti 
anteriori m’ apersero coi loro carmi la porta, b quale 1’ entrar 
del filo in una gemma perforata dal diamante 

Ora credo appena necessario l’awertire che tra 
questi poeti e compreso certamente Valmici, fonte 
larga e primiera di tutti i carmi, che celebrarono 
neir India le gesta di Rama. Nel progredir oltre al 
di la dell’ eta di Calidasa mi si para dinanzi un 
gran monumento epico, sterminato come le gio- 
gaje dell’ Himalaya, a cui la tradizione attribuisce 
nell’ India un’ antichita remotissima, fino a fame 

1 Raghnvansa Kalidasa carmen, edidit Adolphus Fridericus 
Stenzler, cap. i, si. 4 - 


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CIV 


INTRODUZIONE. 


autore Vyasa il compilator dei Vedi. Questo monu- 
mento e il MahabMrata. 1 VT inchino davanti a questo 
colosso epico : ma senza voler per6 nulla detrarre 
alia sua antichita, non esito a dicliiararlo meno 
antico del Ramayana. E qui dico dapprima, che 
quando si ragiona dell’ antichita d’ un monumento 
letterario, massimamente epico, convien distin- 
guere gli elementi, onde si compone, dalla mano 
ordinatrice die li raccolse e li dispose. Quelli posso- 
no essere anticliissimi; e tali sono di fatto una gran 
parte degli elementi del Mahabharata, come il sono 
in gran parte quelli eziandio che si contengono nel 
Ramayana : 1 ’ opera del riunirli, dell’ ordinarli pu6 
essere piu o meno antica. Ed e quest’ opera ap- 
punto di riunione, d’ ordinamento del Mahabha¬ 
rata, che io dico posteriore a quella del Ramayana. 
Ove questa posteriority non fosse dichiarata dal 
Mahabharata stesso, il quale annunzia che le gesta 
di Rama sono gia state cantate da Valmici ispirato 
da Narada, basterebbe a provarla il trovarsi incor¬ 
porate nel Mahabharata tutto intiero un sunto del 
Ramayana Valmicejo collo stesso andamento, collo 
stesso ordine, e sovente colie medesime parole *. 
Oltraccio la storia ed il culto di Crisna svolti e ce- 

1 Mahabharata, vol. I, pag. 775 , sloco 15877 e seg. 


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INTRODUZIONE. cv 

lebrati nel Mahabharata, sebbene il culto di Crisna 
Mahabharateo, culto di fortezza, d’ entusiasmo e 
d’ amore, debba riputarsi di gran tempo anteriore 
a quel Crisnaismo degenerato e profano, tutto di 
volutta, che k espresso nel Gitagovinda, la storia, 
dico, e il culto di Crisna celebrati dal Mahabharata 
indicano pure, siccome relativamente meno antichi 
nelT India, un’ eta posteriore al Ramayana, in cui 
di Crisna ne di Crisnaismo non appare menzione. 
Potrei soggiungere cbe non pochi luoghi del Malia- 
bharata sembrano additare 1 ’ anteriorita del Rama¬ 
yana, da cui pajono manifestamente imitati; ma 
avro migliore opportunity di toccare questo punto 
altrove. Una difficolta pare sorgere qui e contrap- 
porsi a quanto sono andato teste discorrendo. La 
tradizione indiana attribuisce a Vyasa la composi- 
zion del Mahabharata. Se il raccoglitor dei Vedi c 
desso pure l’ordinator del Mahabharata, la dispo- 
sizione di quella gran mole epica sara dunque con- 
temporanea a quella dei Vedi, che il Colebrooke 
giudica essere stata eseguita al decimo quarto se- 
colo innanzi 1’ era cristiana ', ed anteriore per con- 
seguenza al Ramayana, dove i Vedi appajono gia 
raccolti ed ordinati. Ma credo doversi omai consen- 

1 Miscellaneous essays , vol. I, pag. 109 c 200. 

1. 0 


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CVI 


INTRODUZIONE. 


tire tra gli indianisti, che quel Vyasa indiano e un 
personaggio moltiforme e indeterminato, la com- 
pilazione personificata dei piu importanti monu- 
menti tradizionali dell’ India, come suona il suo 
nome, un carattere poetico, come lo direbbe il Vico; 
il quale percio puo convenire a tutte le eta, a quella 
della collezion dei Vedi, come a quella della com- 
posizion del Mahabharata, dell’ ordinamento dei 
sistemi filosofici, della compilazion dei Purani. 

L’ invenzion dello sloco attribuita dalla tradizione 
indiana a Valmici nel proemio del Ramayana pare 
dovrebbe confermare l’antichita del poema. Poiche 
trovandosi scritte in questo metro opere sanscrile ri- 
putate antiche per consenso di tutti i dotti di questi 
studj, verbigrazia il codice di Manu, ne dovrebbe 
risullare per diritta conseguenza, die piu antico di 
quelle sia 1’inventor del metro, e piu antico il mo- 
numento in cui 1 ’ adopero dapprima. Se non che 
qui sorgono nuove diflicolta e nuovi dubbj, che 
rendono sospetta ed incerta quella testimonianza 
della tradizione. Osservo dapprima, che il commen- 
tatore boreale Raghunatha Vacaspali 1 chiosa alle- 
goricamente il fatto, ond’ ebbe origine 1’invenzion 

1 Manoscritto b della recensione borcale. Si vegga piu sotto la 
descrizione dei manoscritli. 


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INTR0DUZI0NE. 


CVII 


dello sloco; la qual cosa sembra annullare tutta la 
fede storica di quel fatto : che 1’ allegoria e la storia 
mal s’ accordano insieme. II primo sloco uscito im- 
provviso ed impensato dalla bocca di Valmici per 
compassione d’ un’ amorosa coppia d’ augelli svo- 
lazzanti per 1’ aria, de’ quali uno venne subitamente 
ucciso da crudel cacciatore, il primo sloco, dico, 
improvvisato allora da Valmici, cbe uso poscia quel 
metro a cantare le gesta di Rama, e il seguente 1 : 

m thw rrfrrst 3W: snwt: mv. i 

Non mai per volger d’anni, o crudel cacciatore, possa tu 
venire in buona fama, posciache di tale amorosa coppia d’a- 
ghironi uno tu uccidesti tutt’ acceso d* amore. 

Ecco la cliiosa di Raghunatlia : 

I JTff 

^ tor ffirIRIHfM I rfFTT^ff I HtdT^I I 2TWT5^fl: I 

aTCnwrfwfat UlftlHMTHfn I rtr^l flFTT^I ct I m 

rT£1 ri| i I fill V4 H ^HITT Uf?T0T StTT d tfa fd 

i 

Atjhironc (indica) l estrema stenuazione in cui venne pel do- 

1 Hamayana, cap. 11, sloco 17 della recensione Gaudana, 18 
della borealc. 


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CVill 


INTRODUZIONE. 


lore della perdita del regno, del soggiorno nelle selve e per 
altre pene la coppia Sita e Rama. — Uno d’ essa (coppia degli 
aghironi) vale a dire Sita. — Perchb uccidesti vale a dire (tu 
Ravana 1 ) gli fosti cagione di pene piu crudeli che la morte 
stessa. — Per cib vale a dire atteso questo. — Ta (perderai ) la 
baona nominanza vale a dire quella fama d’ eccellenza ne* tuoi 
figli, nepoti e famigliari, che t’era stata accordata da Brah¬ 
ma nella citti di Lanca. — Tale b la sposizione del senso del 
poema. 

Ma tutto ci6 potrebbe non esser altro che vana 
arguzia e fantasticheria del commentatore. Di mag- 
gior rilievo e quello che segue. Dello sloco si trova 
menzione nel Rigveda 2 : 

Spandi colla bocca l’inno (lo sloco), distendilo a guisa di 
pioggia. 

E nel medesimo Veda 3 si trova pure gia usalo 
il metro stesso dello sloco : 

T& dlH ^TT 

STfos qfqszjT fa-.SJSJT ^ II ecc. 

1 Ravana, re dei Racsasi in Lanca (Ceylan), il grande avver- 
sario di Rama, figurato, secondo il commento, nel cacciatore. 

2 Rigvcda-sanhila, liber primus, Sanscrite et Luline edidit Fride- 
ricus Rosen, in no 38 . 

3 L. c . inno 80. 


/ 


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INTRODUZIONE. 


cix 


Stando apparecchiata la libagione esilarante, il sacerdote 
sciolse cosi 1 ’ inno amplificatore : Tu fortissimo, fulminantc 
(Indra), discacciasti dalla terra (il demone) Ahi. Ecc. 

Ora come conciliare queste due cose in appa- 
renza ripugnanti ? La tradizione narra che Valmici 
fu inventor dello sloco e 1 ’ adoperd dapprima nel Ra- 
mayana: ma nel Ramayana e parlato spessissimo dei 
Vedi, dove gia si trova e menzionato ed adoperato 
lo sloco. Da quel tanto, che s’ e pubblicato finora 
dei Vedi, pare potersi con qualche probability con- 
getturare che non tutte le parti, onde si compon- 
gono, siano ugualmente anti che, e che siano entrati 
in quella grande compilazione Vedica elementi di di¬ 
verse eta. Ove ci6 fosse, si potrebbe arrischiare la 
supposizione che i due inni sovracitati possano es- 
sere per awentura posteriori al Ramayana. Ma nello 
stato presente degli studj sanscriti sarebbe soverchia 
temerita il voler attribuire a quella supposizione 
tale valore da conciliare mediante essa la tradizione 
e la testimonianza dei Vedi. S’ aspetti adunque 
maggior sussidio per uscire da questa difficolta. 

Del Ramayana si trova menzione nel Radja- 
tarangini '. Damodara secondo di questo nome tra 

1 Jiddjatarangini, Histoire des rois du Kachmir, par M. A. Troyer, 
lib. I, sloco 166. 


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cx INTRODUZIONE. 

i re del Casmir venne maladetto da certi brahmani, 
e fu da loro posto come termine a quella maledi- 
zione il giorno, in cui egli avrebbe ascoltato tutto 
intiero il Ramayana. 

STHTST ft liurf$ril: II 

Quando tu avrai ascoltato in un sol giorno T intiero Ra¬ 
mayana, avri fine allora la tua maledizione: cosi dissero essi 
(i brahmani) placati. 

Ora Damodara secondo, nella serie dei re del 
Casmir, precede di cinque re Gonarda terzo, il 
quale, conforme al computo del Sig. Troyer, tradut- 
tore e chiosatore sagace ed erudito della storia Cas- 
miriana, s’ ha a porre all’ anno 1182 innanzi G.C. 1 
Da questo pun to risalendo lino a Damodara secondo 
per l’intervallo di cinque regni, la media durata 
di ciascun de’ quali e di 2 4 anni circa 2 , si perver- 
rebbe al cominciar del quattordicesimo secolo in¬ 
nanzi 1’ era cristiana. Io son lungi certo dal voler 
attribuire una massima precisione a tutti questi 
computi cronologici; ne prelendo deterininare colla 
piu stretta esattezza 1 ’ eta certissima del Ramayana. 

1 Rddj alar any ini , tom. II, pag. 3 y 3 . 

2 hi, i c. 


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INTRODUZIONE. 


c\i 


Ma affermo che dal luogo citato del Radjatarangini 
si puo con tutta sicurezza inferire la remota anti- 
chita del poema. La quale anticliita confermano 
eziandio le varie tradizioni popolari diffuse per tutta 
1 ’ India sull’ epopea di Valmici, sui fatti che vi si ce- 
lebrano, sui principali attori di quel gran dramma 
epico; giacchele tradizioni, i racconti popolari non 
sogliono appiccicarsi che ai monumenti antichi, 
come le piante parassile s’ abbarbicano ai tronchi 
delle vecchie quercie. Tutta 1 ’India e piena di cotali 
tradizioni originate dalla celebrita popolare dell’ 
epopea di Valmici. La fama di Rama e d’Hanuman 
suo valente alleato accompagnata da leggende 
popolari ha penetrato nelle piu remote parti delle 
regioni settentrionali dell’ India e fino nel Tibet 1 : 
ed e tutt’ ora fra gli Indiani in grande vene- 
razione il monte Citracuta 2 , dove Rama fece lunga 
dimora durante il suo esilio, come canla 1’epopea 
di Valmici. E prova dell’ anticliita del Ramayana e 
1 ’ attingere che ban fatto al "ran fonte della sua 
epopea molti poeti dell’ India e drammatici ed epi- 
ci, non altrimenti che i poeti greci attinsero alle 
epopee d’Omero. E provano 1 ’anticliita del Rama- 

1 Radjatarangini, tom. I, pag. 4 ^ 5 . 

2 Meghaduta, per H. H. Wilson, pag. i. 


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CXII 


INTRODUZIONE. 


yana le varie lezioni stesse che ne nacquero; che 
un’ epopea debbe di necessita essere per lungo 
tempo, per distanti regioni e per le bocche di mold 
agitata, affinche ne nasca tanta varieta di lezioni, 
quant’ e quella del Ramayana. E come un’ epopea 
e imagine fedele delle credenze, del culto, degli 
usi di quell’ eta in cui nacque, tantoclie il non tro- 
varsi menzione di tal credenza, di tal culto, di tale 
uso, e perfino di tal nome di regione in un’ epopea e 
indizio molto probabile, che essi non sussistessero 
al tempo in cui quella ebbe sua origine, e degno 
d’ essere notato come nel Ramayana non si trovi 
traccia di quella divozione mistica che tutte as- 
sorbe le facolta dell’ uomo, di quel culto passionato, 
ardente, che ebbe nome di bliacti, il quale non e 
anticliissimo nell’ India, ma debbe pur risalire al 
di la dell’ era nostra, poiche ne & menzione nel Ma- 
habharata V’ hanno bensi nel Ramayana esempj 
d’ austerita prodigiose; ma queste nulla hanno che 
fare col culto che chiamasi bhacti, e derivano da 
altra cagione, da piii alto principio. Esse appajono 
originate da un intimo sentimento profondamente 
radicato ed antico nell’ India; quello, cioe, che l’es- 
piazione doveva reintegrare 1’ umana natura sea- 
1 Bhdgavala Purana, par M. E. Burnouf; Preface, pag. cxx. 


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INTRODUZIONE. 


CX1I1 


duta. Ne anche si trova nel Ramayana lasciata 
memoria di Buddha, ne di buddliismo, che sono 
pure antichi nelT India; sebbene Buddlia Sachya- 
muni sia nato, secondochc narrano i testi buddhi- 
ci, nel paese d’Ayodhya sede del regno di Rama 
e teatro di mold awenimenti celebrati dal Rama¬ 
yana, ed awegnachc si trovino nel poema di Val- 
mici mentovate altre antiche credenze eterodosse, 
vale a dire non conformi ai Vedi. Non mai nel Ra¬ 
mayana l’isola di Ceylan, contro cui c indirizzata 
la spedizione di Rama, e di cui tanto si favella nel 
poema, e chiamata ne Taprobane ossia Tdmra- 
parni (dalle foglie color di rame), ne Palesimundu 
ovvero Pdlisimanta (capo della legge sacra, come 
ingegnosamente congettura il Lassen), nomi 1 ’ uno 
e 1’ altro anteriori d’ alcuni secoli all’ era cristiana 1 ; 
ne anche viene ella appellata mai col nome, dive- 
nuto ora comune, di Sinhala (sede dei leoni), il 
qual nome si connette all’ occupazione che fece 
dell’ isola Vigaya alcuni secoli prima d’ Asoca, e 
piu secoli innanzi l’era nostra 2 . Il nome, con cui e 

1 Si vegga quello che scrive il Lassen, De Taprobane insula 
veteribus cognila dissertatio; Bonnes , 18/12. 

2 De Taprobane insula , etc . pag. 18. 

Intorno al nome di Sinhala (sede dei leoni o del leone) v’ha 
i- P 


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cxtv 


INTRODUZIONE. 


appellata Ceylan nel Ramayana, e sempre il primi- 
tivo, 1 ’ antichissimo Lanca. Piu altre simili prove 
congetturali dell’antichita del Ramayana potrei qul 
arrecare, quella, per caso d’ esempio, dell’ indole 
e dei modi al tutto anticlii dello stile, del qualifi- 
car che egli fa, come Omero, di venerandi, almi, 
divini il giorno, la notte, le selve, i monti, i fiumi, 
tutti quegli oggetti che sogliono produrre piu pro- 
fonde impressioni sopra vergini imaginative; ma 
piu altre cose qui mi rimangono a dire, ed e 


la nota leggenda di Vigaya nato d’un leone : onde dices! essere 
derivato il nome di Sinhala all’ isola di Ceylan da lui occupata. 
Questa leggenda si trova particolareggiata nel volume cinese inli- 
tolato ^ Pa-hong-i-sse, uno della collezione che 

ha per titolo Long-wei-pi-schu,* Libri secreti 

«del dragone» (collezione secreta delF imperatore), all’ articolo 
P°'l°’ men (hrahmani) : 


V’avca anticamente ncll’India meridionale un rc, la cui figlia doveva mari- 
tarsi ad un principe tT un regno vicino, ecc. 

La stessa leggenda si trova pure nel Ragavali. 

Il Lassen congettura mol to ingegnosamente che il nome di 
Sinhala (sede dei leoni) sia stato dato all’ isola di Ceylan dopo la 
conquista che ne fece Vigaya, per esser ella allora divenuta sede 
dei Csatri o guerrieri (leoni). Quello che qui imporla si che 
quel nome va unito alia storia di Vigaya ed & per consegucnza 
anteriore d'alcuni sccoli all’ era cristiana. 


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INTRODUZIONE. 


cxv 


tempo ormai ch’ io cominci a pensare al termine di 
questa prima Introduzione. 

II Sig. W. H. Sykes, in una sua dissertazione 
inserita nel Giornale della Real Societa Asiatica di 
Londra 1 , dov’ ei compendia tutta la peregrinazione 
fatta attraverso 1 ’ India dal celebre viaggiatore 
cinese il buddliista Fa liian sul finir del. quarto 
e il cominciar del quinto secolo dopo G. C. e de- 
scritta nel Fo kue ki, il Sig. Sykes trovando che 
il buddliista cinese giunto nel paese d’ Ayodliya 
sede del regno di Rama non fa menzione lie di lui, 
ne del Ramayana, crede potersi dubitare die il 
poema gia sussistesse a quel tempo. Se non v’ ha 
altra cagione che questa di dubitare dell’ antichita 
del Ramayana, non e da starne in pena. Di fatto 
che altro mai ha veduto il buddliista cinese nella 
sua lunga peregrinazione attraverso 1’India, che 
altro ha notato o descritto se non monasterj bud- 
dhici, templi buddhici, sacerdoti buddhici, tradi- 
zioni buddhiche, dottrine buddliiche, eterodossie 
buddhiche? Ogni cosa che non avesse col buddhis- 
mo qualche relazione o di consenso o di contrasto, 
fu da lui trascurata come non confacente al suo 

1 The journal of the Boyal Asiatic Society of Great Britain and 
Ireland, volume the sixth, pag. 2^8 e seg. 


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CXVI 


INTRODUZIONE. 


scopo. Ora io chieggo se sia da aver maraviglia, che 
il viaggiatore cinese non abbia fatto menzione di 
Rama, ne del Ramayana, che certamente poco ave- 
vano che fare col buddliismo; e se dal suo silenzio 
si possa far qualche congettura intorno all’ eta del 
poema. Ne posso qui trattenermi dal notare di pas- 
saggio la stranezza della tesi, chel’autore ha preso 
a sostenere in questo suo lavoro. Da quello, che 
lascio scritto Fa hian sopra il buddhismo e il fiorir 
che aveva fatto nell’ India piu secoli innanzi la sua 
peregrinazione, il Sig. Sykes pretende inferire che 
il buddhismo (e qui per buddhismo non si pu6 in- 
tendere altra dottrina che quella predicata e diffusa 
da Buddha Sachyamuni, la sola appoggiata ad au- 
torita storiche), che questa dottrina, dico, e ante- 
riore nell’India al brahmismo.Non entrerd qui certo 
in lungo discorso su questo proposito per dimos- 
trare come i principj stessi fondamentali del bud¬ 
dhismo presuppongano le dottrine del brahmismo : 
cid sarebbe al tutto alieno dal mio scopo ed inop¬ 
portune. Non faro che indicare e ravvicinare alcuni 
luoghi della dissertazione stessa del Sig. Sykes, o 
per meglio dire, del buddhista cinese ch’ egli ha 
tolto per guida e compendialo, e lasciero che altri 
giudichi. 


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INTRODUZIONE. 


CXV1I 


Scrive il Sig. Sykes \ che in un sermone tenuto 
a Benares Buddha Sachyamuni ebbe per uditori 
brabmani e Brahma stesso. Piu innanzi 1 2 tra gli 
awersarj del buddhismo, contro cui Sachyamuni 
ebbe a combattere, sono annoverati i settarj dei 
Vedi il monumento fondamentale del brabmismo, 
i settarj della dottrina Vaisesica e della Sanchya 
tutti sistemi usciti dal brabmismo. Piu oltre an- 
cora 3 e citata una leggenda d’un brahmano svenuto 
dalla fame, cui Buddha diede a mangiare le sue 
proprie carni; ed un’altra in cui e narrato cbe 
Brahma ed Indra Divinita brahmaniche accom- 
pagnarono Buddha al Cielo, dove egli si condusse 
per veder la madre. Non aggiungerd altre citazioni: 
se da queste, cbe bo arrecate, si possa conchiudere 
che Buddha Sachiamuni e la sua dottrina sono 
anleriori al brabmismo, il giudichi chi ha fior di 
senno. 

Un’ apparente diflicolta sembra risultare dalla 
menzione de’Yavani, cbe si trova al libro primo 
del Ramayana, la dove Sabala evoca genti guer- 

1 Luog. cit. Notes on the religious, moral and political state of 
India before the Mahomedan invasion, etc . pag. 264 - 

2 Ivi, pag. 267. 

3 Ivi , pag. 28C. 


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CXVIII 


INTRODUZIONE. 


riere per combattere Visvamilra. 11 norae di Yavani, 
usato neir India ad indicare i Greci dopo il tempo 
d’Alessandro, potrebbe quivi parere assai sospetto. 
Intorno a ci6 si vegga quello che egregiamenie 
scrisse il Sig. di Schlegel\ II nome di Yavani 
debb’ essere stato anticamente usato dagli Indiani 
a dinotare i popoli posti all’ occidente dell’ India : 
piu tardi, vale a dire dopo il tempo d’Alessandro, 
venne principalmente applicato ai Greci. In questo 
modo penso s’abbia ad intendere quello che si trova 
in una chiosa di Panini: Spn*TT vpyil ^=HI: «i Ya- 
« vani usano mangiar coricati;»il qual uso, estraneo 
ai popoli Asiatici, eproprio solo d’alcuniOccidentali. 

Ma intorno all’ antichita del Ramayana potrebbe 
qui sorgere un grave dubbio, il quale vuolsi at- 
tentamente ponderare. Le epopee (intendo quelle 
di cui qui si ragiona) sogliono nascere in tali eta, 
in cui non s’e venuta ancora formando una lette- 
ratura, ed in cui per conseguenza la lingua, sebbene 
gia in parte coltivata e svolta, non ha ancora con- 
seguita tutta la sua pienezza, ne ottenuta quella 
regolarita, quella stabilita, quella perfezione, che 
sono proprie d’ una favella pervenuta alia sua ma- 
turila. L’ epopea, die nasce in eta cosilTatte, porta 

1 Ramayana vohuninis pritni pars altera, pag. 168. 


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INTRODUZIONE. 


CXIX 


impressi i segni della condizion della lingua. II 
suo idioma e fluttuante, incerto, irregolare, alcuna 
volta rozzo; ritrae in una parola 1’essere d’una 
favella non ancora pienamente formata e stabilita. 
Parlo qui solamente della lingua dal lato del suo 
organismo grammaticale: poiche quanto alia forza, 
all’ espressione, talvolta anclie alio splendore delle 
forme, delle locuzioni, 1’idioma di tali epopee e 
sovente inimitabile, e serve di modello alia lettera- 
tura die vien dopo. Esaminiamo per poco Omero, 
quel gran tipo epico, per confermare con illustre 
esempio quello die poc’ anzi diceva dell’irregolarita 
e instability dell’ idioma delle epopee antiche. Con- 
sento col Ch. Sig. Amedeo Peyron nelf opinione, 
die egli ha con tanto acume d’ingegno e vigor di 
critica stabilita \ vale a dire, che la lingua d’Omero 
ha subito alcune mutazioni principalmente nell’ 
ortografia; che le venne impresso prima dai rap- 
sodi, poi dai diaschevasti un certo colore ionico 
che ne ha cangiato alquanto, senza per altro alte- 
rarlo, il primitivo aspetto; che f odierna lingua 
dell’ Iliade e dell’ Odissea insomma, per usare le 

1 Origine dei tre illustri dialctti Greci paragonata con quella 
dell eloquio illustre Italiano dell' ah. Amedeo Peyron socio della 
R . Accademia delle Scienze di Torino, ecc. Torino, i 838 . 


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cxx 


INTRODUZIONE. 


parole stesse dell’ autore, dista assai da quell’ an- 
tico dialetto eolo-dorico, in cui Omero detto i suoi 
carmi. Con tutto cio quante vestigie manifeste non 
rimangono ancora in Omero dell’ instability, dell’ 
ondeggiamento dell’ antica lingua da lui adoperata? 
Quante forme proprie del suo idioma, irregolari 
se si confrontano colla lingua greca quale venne 
dall’ uso stabilita piu tardi, che non appartengono 
ne al dialetto ionico, ne ad alcun altro dialetto 
greco, che non si possono neppur chiamare va¬ 
riety di dialetto, poiche concernono la parte intima 
della favella, ma additano un’eta, in cui 1’antica 
lingua eolica non s’ era per anclie consolidata. Dico 
lingua eolica, e non dialetto eolico come il Cli. 
Sig. A. Peyron; giacche *non credo che si possa 
rettamente chiamar dialetto un idioma primiero, 
tutt’ ora instabile nelle sue forme, perche fluttuante 
ancora ed indeciso. Cosi lingua Vedica, e non dialetto 
Vedico, come fece il Bopp, penso doversi chiamare 
1 ’ idioma dei Vedi. Ed all’ idioma dei Vedi appunto 
pare potersi in qualche modo assomigliare, in 
quella parte sola per altro che concerne 1’organismo 
grammaticale, la favella d’Omero. Amendue rap- 
presen tano quell’ eta della vita d’ una lingua, che si 
potrebbe chiamare adolescenza. Arrechero qui al- 


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INTRODUZIONE. 


CXXI 


cuni esempj di luoghi Omerici. Lascio quelle flut- 
tuazioni continue nelle vocali e nelle consonanti, 
die Omero ora omette, ora raddoppia, ora scam- 
bia, ora allunga, e toccbero solo d’alcune infles- 
sioni usate da lui sia nel declinare, sia nel conju- 
gare, siccome quelle ehe appartengono pin parti- 
colarmente alia struttura della lingua. 

E qui dapprima occorre quel la desinenza del 
genitivo singolare, cosi frequentc in Omero, in 
o to, clo, tco invece di ou, la quale credo potersi 
spiegare in questo modo. La desinenza primitiva 
del genitivo greco in qualsivoglia declinazione 
usciva proljabilmente in 4, come in sanscrifo, il 
quale 4 fu conservato nelle declinazioni greclie di 
moltissimi nomi. In alcuni quel 4 dovelte can- 
giarsi in u (mutazione frequente nel sanscrilo, dove 
[as] spessissimo si cangia in [o], vale a dire 
in jEf -1- 3 [a -h «]), in altri nell’ affine 0 ed &>; onde 
0,0, eoo, 00, ed, inserto un 1, oto. Si trova usata qualche- 
volta da Omero pel nominativo dei nomi della prima 
declinazione la desinenza o. rimasla nel dorico, per 
esempio ve£eAnygpero., 'itcvtotol 1 , nelle quali forme 
parmi ravvisare il lema nudo senza segno carat- 
teristico di caso, cosa non istraordinaria nella 

1 I Hade, a oil, 33(i. 

1. 7 


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CXXII 


INTRODUZIONE. 


prima eta d’ una lingua. E frequente nell’ idioma 
Omerico la desinenza di certi casi in <fn, per esempio 

cuvo^uevrifpi, /2(vi<pt\ desinenza rifiutata dalla lingua 
greca posteriore. Questo <pi non credo essere altro 
die lo o-Qi del pronome riflesso aggiunto antica- 
mente come terminazione. Non rara e in Omero 
la forma pronominale ct/A^g 2 , alia quale si pud 
comparare la forma Vedica pronominale ( asme, 

noi), che secondo Yasca si trova adoperata nei 
Vedi in tutti i casi 3 . Frequenti pure sono in Omero 
le forme del genitivo g’/Ag.&gy, o-g'^gy, g^gy, nelle quali 
veggo ai pronomi g/Ag, <ri, e aggiunta come termi¬ 
nazione di genitivo la desinenza 3-gy solita nella 
lingua greca posteriore ad unirsi ad altri nomi, per 
esempio o)'x.odev. 

Quanto ai verbi, usa talvolta Omero inflettere 
alcune radici secondo un particolar modo di con- 
jugazione in /a;, che non si trova piu applicato ad 
esse nella lingua greca posteriore; indizio, che 
non era ancora al suo tempo ben stabilito secondo 
qual modo di conjugazione dovesse tale o tale altra 

radice inflettersi. Cosi, per caso d’ esempio, trovo 4 

1 Wade, / 618, <•' 34 i» 9 367. 

2 Wade, G2 e altrovo. 

3 Rosen-Rigveda. Adnotaliones, pag. xxvin. 

4 Wade, ( 292. 


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INTRODUZIONE. cxxm 

la locuzione r 7rep\iaLfA.e\ict, dove la radice verbale veep 
e inflessa secondo quella conjugazione greca, che 
corrisponde alia dasse nona sanscrita frammet- 
tente?fto RT (hi, nd ) tra la radice e la terminazionc, 
r 7C6p h- vn ovvero-4- vet; sebbene la lingua greca 
non usi piu ora inflettere secondo tale conjugazione 
che le radici icpr/x e )up, siccome nota il Sig. Kuhn 1 . 
In simil guisa occorrono sovente nella lingua Vedica 
radici verbali adoperate secondo una maniera di con¬ 
jugazione different^ da quella prescritta dai dliatu- 
pati, conforme alia quale vengono esse regolarmente 
conjugate nella lingua sanscrita posteriore. Cosi, 
per cagione d’ esempio, la radice si trova spesso 
nell’ idioina Vedico conjugata conforme alia classe 
quinta c^nfffH, mentre secondo le leggi dei dliatu- 
pati s’ avrebbe a conjugare conforme all’ ottava 
V’ba sovente incertezza in torn o al valore 
dei tempi verbali usati da Omero, siccome ha no- 
tato 1’ Heyne 2 . E per addurre un esempio, nd verso 
seguente d’ Omero: 

w Ev0ct x-xj/uC a, 7 roepcr£, vrdpot; tolSi spy a. yeve<rQcu 3 
pare che 1’ aoristo dvroepo-e abbia il valore d’ un 

1 De conjugationc in mi lingua Sanscrita ralione habita. 

2 Excursus ii ad lliadis lib rum xvu. 

3 Made, £ 348. 


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cxxiv INTRODUZIONE. 

ottativo. Anche ne’Vedi s’incontrano non di rado 
aoristi con un valore indeciso tra ottativo ed 
imperative. Occorre assai frequente nelf idioma 
Omerico 1’ omissione della lettera caratteristica dei 
tempi, come in o-vyyea,<;, g^gct-v 1 ; frequente eziandio 
la desinenza cun, invece di <r\ o per meglio dire 
m, alia terza persona plurale dell’indicativo dei 
verbi in /ju , la quale desinenza antica veggo ap- 
prossimarsi alia desinenza (anti) del sanscrito. 
Termina sovente Omero la terza persona singolare 
del soggiuntivo in <n, che pare essere la desinenza 
dell’indicativo appiccicata a quella del soggiuntivo, 
per esempio g3e'Ari<nv, iWiv 2 (di cotali desinenze 
ripetute v’ lianno esempj nei Vedi); e sembra prefe- 
rire come desinenze dell’infinito le terminazioni ora 
insolite fxe\<u, fxev, che pajono essere le piu antiche. 
Ma bastino queste brevi indicazioni intorno alia 
favella d’ Omero : avro forse opportunity altrove 
di stendermi piu lungamente su questo proposito. 
II Maittaire 3 imagind un dialetto poetico, al quale 
riferi tutte le apparenti irregolarita dell’ idioma 
Omerico; e v ebbe anticamente chi credette aver 

1 lliade, o' 3 (> 6 , < 3/47. 

2 Iliade , i 6(j*i , 701. 

3 Cnvctv lingtuc dialed 1. 


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INTRODUZIONE. 


cxxv 


Omero niescolalo ne’ suoi poemi i caratteri di tutti 
i dialetti greci: ''O/Anpos Ae£e/ ttoiic/Ati x-g^n^evo <;, 
Tou$ ct7n> 7ni<rY\t, <ftd.Aex.Tou 'EAAwv«v ^cLpaucTripct^ 
iyKctrefAi^ev L’ uno e 1’ altro mi pare erroneo. 
Ricorrere ad un dialetto poetico per render ragione 
di certe forme d’ una lingua venute in disuso 6 
tale trovato, che i nuovi e piu fecondi principj della 
filologia non consentono piu d’ ammettere; credo 
poi 1’ idioma Omerico anteriore alia formazione dei 
dialetti propriamente detti. Meglio fecero rispetto 
alia lingua dei Vedi Panini e Bhattogi, due gram- 
matici archimandriti, de’ quali il primo si con- 
tenta di notare a mano a mano colla sua formola 
consueta, «cosi sovente ne’ Vedi,» 

le forme proprie dell’ idioma Vedico, e il secondo 
tratto della lingua dei Vedi in un luogo speciale 
del suo Siddhanta-Caumudi. Per tornare ora al 
proposito, diceva piu sopra che la favella d’Omero, 
come quella generalmente delle epopee di cui qui 
si discorre, e lungi ancora dal possedere quella 
regolarita, quella stabilita che sogliono avere le 
lingue pervenute alia loro virile maturita. Ma la 
favella del Ramayana, tranne alcune leggere de- 
viazioni che ho accennatepiu addietro, e, per quello 

1 Mnittaire, fuog. cit. pag. /| 7 7. 


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CXXVI 


1NTR0DUZI0NE. 


che spetta al suo organismo grammaticale, una 
lingua gia determinata e stabile. Avrassi forse da 
ci6 a dedurre qualche congettura contro la sua 
antichita ? In nessun modo. L’ adolescenza d’ una 
lingua pub aver luogo presso differenti popoli in 
tempi piu o meno remoti, e venire espressa e quasi 
elligiata in monumenti di diversa natura : del che 
non e qui luogo d’ indagare le cause. Tutto induce 
a credere che 1’ eta d’ adolescenza della lingua 
sanscrita abbia avuto luogo in tempi remotissimi, 
e molto al di la dei primordj della lingua greca : 
e quest’ adolescenza si trova nell’ India rappresen- 
tata dall’ innografia Vedica; laddove nella Grecia 
si vede precipuamente elligiata nei canti epici. Al- 
lorche adunque apparve nell’India Valmici, seb- 
bene in eta molto antica, trovo la lingua gia ela- 
borata ed educata dalla piu antica innografia dei 
Vedi. Ed in quell’ innografia oltre al lavoro dell’ 
idioma si ritrovano gib i primi movimenti, i primi 
slanci dell’ ispirazione epica, come si pub scorgere 
negli inni xxxn e xxxm del Rigveda, stupendi per 
grandezza di poesia e bellezza di stile. 

i*m sj 4l4i0t< uaimGi wtft i 

let'emU II 

Cantero ora le vittorie cT Indra, quelle che riporlo primicre 


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INTRODUZIONE. 


CXXVII 


ii fulminante. Egli uccise Ahi; vers6 (sulla terra) le acque; 
aperse i fianchi de’monti 1 , ecc. 

wh IRT ^TiT q^HNilr l II 

Orsu appressiamci ad Indra noi che desideriamo abbon- 
danza di vacche; ei largamente accrescc la nostra gioja : egli 
l’invincibile ne accorda 1’ampia conoscenza (la fruizione?) 
di questa dovizia di vacche, ecc. 2 

L’ eta d’ adolescenza della lingua sanscrita era 
dunque percorsa nell’ India coll’ innografia dei 
Vedi: Valmici la raccolse e 1’ adopero gia adulta. 
Ma il colore, 1* alito della poesia Valmiceja sono 
pieni di gioventu e di freschezza immacolata. 

Si muove, credo, qualche vago dubbio, se il set- 
timo ed ultimo libro del Ramayana, 1’ Uttaracanda, 
s’ abbia a riputare opera genuina di Valmici. A me 

1 Rosen, Rigveda-sanhita, inno xxxii. Ho tradotto nel senso piu 
stretto e letterale Y ultima parte della stanza. Il Rosen traduce : 
« fluvios divisit montium;» il Westergaard, nella sua bell* opera 
Radices Sanscrit®, « alas difTidit montium,»la qual versione allu- 
derebbe ad un noto mito indiano. 

2 Luog. cit. inno xxxm. 

Cosi a un dipresso traduce la stanza citata il Rosen dietro la 
guida del commentatore. Ma essa si potrebbe intendere tutt' 
altramente; e ladiflerenza della versione risulterebbe dal lit, voca- 
bolo, che tra i molti suoi significati, ha quelli di vacca e di dis- 


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CXXV1II 


INTRODUZIONE. 


non avvenne finora di trovare in nessun luogo aper- 
tamente dicliiarato tale sospetto. Egli e vero che 
1’ azione del poema si pu6 dire terminata col finir 
del libro sesto. La gran lotta e decisa; 1’ avversario 
di Rama, il terribile Ravana cadde combattendo; 
Lanca e espugnata. Ma e vero altresi che gli avve- 
nimenti narrati nell’ Uttaracanda si conneltono inti- 
mamente cogli eventi anteriori, e ne sono come le 
estreme conseguenze. L’ unita d’ azione puo essere 
bensi offesa dal seltimo libro; ma egli si lega ai libri 
precedenti assai piu strettamente che 1’ Odissea all’ 
Iliade. II settimo libro non venne compreso nel 
sunto del Ramayana che si trova nel Mahabharata. 
L’ Uttaracanda manca eziandio nel manoscriito w. 
Ma da cio nulla si pud conchiudere contro 1’ au- 
tenticitd di quel libro. Quanto al sunto Malia- 
bharateo, e natnrale il supporre che si sia voluto 

corso, Ecco la nuova versione della stanza, pigliando il it t nel senso 
di discorso : «Orsu appressiamci ad Indra celebrandolo; ei larga- 
« mente accresce la nostra gioja; egli rinvincibile ne accorda ampia 
•* conoscenza d’abbondanti parole.» 

Non ho la temeraria pretesa di credere che questa versione sia 
la vera. L’ho indicata per dimostrare come sovente si possano i 
Vedi interpretare in senso difTerente da quello dei commentatori, 
che non sempre possedevano la vera tradizione. Ma il tempo di 
tale liberta negli slndj Yediri non e ancora arrivato. 


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INTRODUZJONE. 


CXXIX 


abbreviare quanto piu si poteva quel compendio 
del Ramayana, che sta cola a grande disagio, af- 
fincbe colla sua mole non fosse di soverchio ingom- 
bro. Quanto poi al non trovarsi Y Uttaracanda nel 
manoscritto w, vuolsi considerare che v’hanno altri 
manoscritti, i quali non conlengono die f una o 
1* altra parte del Ramayana. Ma nel proemio del 
commento del manoscritto w si legge : ftW =Rn*S*T- 
Mch40<mi4'U«tKfl 3Tr*ftfo: « Qui Y autor dei sette li- 
« bri del nobile Ramayana e Valmici;» e piu sotlo : 

dMfiy: « Dal venerando Na- 
«rada fu dicliiarata la sostanza dei sette libri (del 
« Ramayana).» Inoltre lo stesso manoscritto w de- 
scrive nel Y Anucramanica la serie delle cose conte- 
nute nel settimo libro; e Y Uttaracanda si trova 
sempre annoverato come parte integrale del Rama¬ 
yana, ogniqualvolta si ragiona di quel poema. Del 
rimanente se m’ accadra di scoprire progredendo, 
che il dubbio sovr accennato abbia qualche peso, 
lalmente che abbisogni d un piu maturo esame, 
torner6 su questo punto quando sard pervenuto 
colla stampa al settimo libro del poema. 

Debbo ora ragionare alquanto della disposizione 
o partizion del Ramayana , e dire d’alcune contrad- 
dizioni che si scorgono sia ncll’ Anucramanica, capi- 


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cxxx INTRODUZIONE. 

tolo dov’ e sommariamente indicata la serie delle 
cose contenute nel poema, sia tra questo capitolo 
ed il testo dell’ epopea. Leggesi alio sloco i46 dell’ 
anucramanica , che la somma totale dei capitoli, 
onde si compone il Ramayana, e di seicento venli: 

g'W r qg titonfadm °hirdH i: i 

Ivi si noverano seicento venti capitoli. 

Ma fatto il computo dei capitoli, secondoche essi 
vengono a mano a mano enumerati n e\YAnacrama- 
nica stesso alia fine del sunto di ciascun libro, il 
numero, che ne risulta, e di soli cinquecento ses- 
santa. Ecco cio che scrive a questo luogo il.com- 
mentatore Locanatlia 1 r 

ttdnm srTrtr»ftfd 

m m: tiw fttht wri 

FTWRl Ip Wmi FTcTRtm I S 5T 3 tT- 

sfqpi um p^: ^ iP 

<jfl T <q=t4l4 T 5fP: \ f^i ^ ^Tf fflvyfrtq mt o K rw - 

^ *TWt STOTtpjrf^SJrTTfa TFT5T SfiEj I 

t re i ire mm i i ttpt t Pwtt i 

gTmf^TI t 3% I ^T: I I fdiUldtt^ T 

1 Manoscritto w, commento alio sloco sovracitato 1 46 del ca¬ 
pitolo Anucramanica. 


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INTRODUZIONE. 


CXXXI 


2TT H^UII rrejT ^ ^T|T 

^ZTT I ZTCf d-^pUUlM- 

fef^rn^w rU Tfa ^g n £sNt srts- 

r*nfa ^Stftfdfi[ffl 5f?T i 

II testo dice : seicento capitoli , ecc. — Ma sommando i nu- 
mcri (dei capitoli) dei sette libri (del poema), 1’Adicanda e 
gli altri, secondoche il Muni 1 li venne indicando a mano a 
mano in questo capitolo (1’Anucramanica), se ne trovano 
soli cinquecento sessanta; come adunque si dice : seicento ca¬ 
pitali, ecc. ? — Di piii in qual modo si concilia quello, cbe 
neir Uttaracanda vien detto da Cuso e Lavo a Rama : I’Adi- 
canda c gli altri libri (del poema ), o supremo dei re, sommano da 
capitoli cinquecento e? — Inoltre, numerando (i capitoli) nci 
sette libri (del poema) 1’Adicanda e gli altri, si ritrovano sei¬ 
cento settant’ otto capitoli; come s’accorda questo? — Si 
dichiara qu\ (il senso del verso dell’Anucramanica): —(il verso 
dice), quivi vale a dire in quei sette libri (del poema); —coi 
numeri vale a dire coi numeri indicati addietro; — ( siotten- 
qono) centinaja vale a dire cinque centinaja (di capitoli); — 
(piu) sei vale a dire sei unita; — e venti , il numero venti e 
una maniera di scrivere atta a significare cbe (quel numero) 

1 Titolo di personaggio o di scrittore venerato per santita o 
seienza nell* India. Non so se pel Muni il connnentatore intenda 
qui Valmiei stesso riputato da lui come aulore dell’ Anucra- 
manira, ovvero un altro Muni compilatore di tal capitolo. 


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CXXXII 


INTRODUZIONE. 


puo avere il valore dell’ undecimo segno (numerale, il dieci ?); 
e cosi il segno (undecimo, il dieci?) congiunto al segno sei 
k 1’indicazione di sessanta 1 .— Quanto a cib che fe detto 
neir Uttaracanda, capitoli cinquecento e, mediante 1* esi debbono 
sottintendere ancora sessanta (capitoli). — Quello poi (che 
si asserisce, trovarsi nel poema) seicento e settant* otto capi- 

1 Quest* & il migliore costrutto che ho potuto trarre da quel 
passo oscurissimo e strano del commento; n& mi confido certo 
d’ aver colto appieno nel segno. Pare che il commentatore voglia 
indicare il numero 10 ovvero la decina colla sua espressione di 
undecimo segno {jg nr ffft . Cominciando dal zero, e andando 
in su, o, 1 , 2 , 3, ecc. il numero i o si troverebbe appunto T undeci¬ 
mo. Non veggo come si possa cid intendere altramente per ottenere, 
come vuole il commentatore, colla cifra 6 il numero di 6o. Ecco 
attraverso tutto questo guazzabuglio 1’ idea bizzarra del commen¬ 
tatore. Il verso dell* Anucramanica sovracitato dice apertamente 
che il numero totale dei capitoli, che compongono il Ramayana, 
e di seicento venti. Quel verso tradolto verbo a verbosenza nulla 
mutare di luogo sta cosi nel sanscrito : « di capitoli sei centinaja 
« qui e venti ancora noverati. * D commentatore non vuole trovare 
in questo verso che il numero di cinquecento sessanta. Che cosa 
fa egli ? Riprende uno ad uno, come e uso dei commentatori, tulti i 
vocaboli del testo, e chiosa in questo inodo : qui vale a dire nei 
sette libri del poema; — centinaja vale a dire cinque centinaja ; 
— sei vale a dire sei unitA (o la cifra sei); — venti: il venti sta 
qui per dieci o per la decina, dunque sei decine, sessanta. La 
chiosa e veramente strana anzi che n6; ilia i commentatori hanno 
sovente di cotali stranezze, quando si mettono in capo di voler 
per forza far uscire da un testo un senso che non vi si trova. 


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INTRODUZIONE. 


CXXXIII 


toli, nacque dall’ avere alcuni malavveduti fatti due o tre ca- 
pitoli di questo o di quell’altro singolo capitolo (del poema); 
ed b quindi asserito per fallace discerniraento. — Con nessun 
riguardo eziandio si aflerma (trovarsi) nell’ Adicanda ottanta 
(capitoli). — Cosi Vimalabodha. 

Gli sforzi, con cui il commentatore si va qui tra- 
vagliando per conciliare la contraddizione dell’ 
Anucramanica e la discordanza d’ esso dal testo del 
poema quanto al numero dei capitoli, non sono al¬ 
tro che meschine stiracchiature, le quali fanno un’ 
inutile violenza al testo, e non tolgono la diflicolta. 
Io penso che la cosa si possa dichiarare in questo 
modo. Quando fu composto YAnucramanica, il nu¬ 
mero totale dei capitoli, in cui si trovava scompar- 
tito il poema, era forse di soli cinquecento sessanta. 
Piu tardi, stanteche la partizione del poema in 
capitoli e senza dubbio opera dei rapsodi e dei 
diaschevasti, e non di Valmici, alcuni avranno osato, 
malgrado 1’ autorita de\Y Anucramanica, introdurre 
nel poema nuove divisioni, e moltiplicare i capitoli. 
Di cio rimangono indizj nel testo del poema. Il ca¬ 
pitolo lxxvii del libro primo, per cagion d’ esempio, 
si trova diviso in due capitoli nel manoscritto j. La 
somma totale dei capitoli del libro primo, che si 
dice nell’ Anucramanica essere di sessanta qua tiro, 


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cxxxiv INTRODUZIONE. 

si trova nella recensione Gaudana di ottanta. In 
tale guisa adunque saranno venuti per nuove par- 
tizioni moltiplicandosi via via oltre il numero re- 
gistrato dapprima nell’ Anucramanica i capitoli del 
poema, e pervenuti al numero di seicento vend. 
Awedutosi qualcuno per avventura di questa dis- 
cordanza del testo e dell’ Anucramanica rispetto al 
numero dei capitoli, avra voluto rimediarvi. Ma 
rifare nell’ Anucramanica alia fine del sunto di cias- 
cun libro il verso, che sommava il numero dei 
capitoli, avrebbe troppo alterato il testo. Si sara 
contentato adunque di mutare il verso che con- 
teneva la somma totale dei capitoli di tutto il 
poema, siccome quello in cui la discordanza appa- 
riva piu manifesta. Supponendo pertanto che il 
verso, il quale sommava tutti i capitoli del poema, 
slesse dapprima in questo od in altro consimile 
modo : 

girTTfa aftqri i 

E quivi si noverano cinquecento e sessanta capitoli, 

egli v’ avra sostituito il verso che si legge ora nell’ 
Anucramanica , e che ho citato piu sopra: fljfptrf, ecc. 
poco curandosi poi del massiccio error di caleolo 
che nasceva da quella mulazione. E poiche il nuovo 


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INTRODUZIONE. cxxxv 

verso conteneva esatto il numero aumenlato dei 
capitoli del poema, fu mantenuto invece dell’ an- 
tico malgrado il grosso error di computo, e divenne 
cagione di torture ai poveri commentatori. 

Un’ altra discordanza del testo del poema dalle 
indicazioni dell 'Anucramanica occorre sul finir del 
libro sesto. Questo libro, secondo 1’ Anucramanica, 
dovrebbe terminare al capitolo intitolato 
Morte di Ravana. Ma nel poema esso non finisce a 
quel punto, e si stende molto innanzi ancora fino 
al capitolo che s’ intitola Radunanza dei 

Risci, col quale comincia nel poema il libro settimo. 
Ed in tal modo tutta quella parte del Ramayana, 
che s’appella Abhyudaya ossia prosperazione, la 
quale, secondo 1’ Anucramanica , dovrebbe far parte 
del libro settimo, si trova nel poema unita al libro 
sesto. 11 die pare essere altro indizio ancora che il 
poema ha subito un nuovo scompartimento dopochc 
fu composto 1’ Anucramanica. 

In fronte al Ramayana e posto, quale pronao 
d’un gran tempio, un magnifico proemio, che si 
compone di tre capitoli. Nel primo il divino Nara- 
da, la musa Valmiceja, dispiega alia mente del vate 
tutta la gran tela dell’ epopea. Nel secondo Valmici 
inventa lo sloco, metro opportuno per cantare le 


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CXXXVI 


INTRODUZIONE. 


nobili cose, che gli bollono nel pensiero; ed e visi- 
tato da Brahma, che 1’ incoraggia a por mano alia 
magnanim’ opra. Nel terzo Valmici si raccoglie den- 
tro se stesso, e medita intento 1’ idea del poema. Ma 
tra il secondo e il terzo capitolo del bel proemio si 
trova in tutti i manoscritti Gaudani frapposto 1’dnu- 
cramanica, che ne guasta 1’ unita e 1’ armonia. Es- 
\ sendo X Anucramanica un capitolo affatto staccato da 
tutto il rimanente, ioho creduto poterlo senza colpa 
di violazione trasmutar di luogo, e 1’ lio posto dopo 
i tre capitoli che compongono il proemio. 

Nei pochi casi, in cui, consentendo tutti i ma¬ 
noscritti, trovai soprawanzare alia fine d’ un capi¬ 
tolo un verso dispajato, ho giudicato piii conve- 
niente riunirlo alio sloco che precede e fare una 
stanza di tre versi, che lasciarlo disgiunto e solo. 
A ci6 m’ indusse il vedere arrecati dal Colehrooke 1 
esempj di stanze di sei versi. 

Qui fard fine a questa prima Introduzione. Molt’ 
altre cose mi rimangono a sporre, molte idee a 
dichiarare, e questioni d’ alta indagine a svolgere : 
ma tutto cio sara materia d’ una seconda e piu 
ampia Introduzione, die sara posta alia versione 
italiana del poema, ed in cui, uscito da queste an- 

1 On Sanscrit and Prdcrit poetry, p. i3a. 


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INTRODUZIONE. 


cxxxvn 


gustie, piu sciolto e libero esultera in piu largo 
campo il discorso. 

Si richiedeora qui, cli’ io renda con to del processo 
del mio lavoro ed indichi i fonti che mi valsero a 
questa pubblicazione del testo Gaudano del Rama- 
yana. Venuto a Parigi per darvi opera alio studio 
delle lettere sanscrite, ascoltai quivi assiduamente 
in pubblico ed in privato il Ch. Sig. Eugenio Bur- 
nouf, la cui ainpia ed eletta scienza, die si gran 
parte abbraccia di queste discipline, congiunta a 
tanta perspicacita d’ ingegno, a tanta efficacia ed 
/ eleganza di discorso, m’aperse l’adito a questi stu- 
dj, ai quali andra sempre unita nell’ animo mio la 
grata reminiscenza dell’ illustre maestro. Avendo 
ivi deliberate di pubblicare il Ramayana, posi mano 
a prepararne il testo sopra i manoscritti della Bi- 
blioteca Reale. In questo primo lavoro impiegai 
presso a due anni. Esaurita la dovizia dei codici di 
Parigi, mi condussi a Londra parte per compiere 
le lacune dei manoscritti Parigini, parte per confe- 
rire coi codici delle biblioteche Londinesi il mano- 
scritto che m’era fatto, e raccogliere tutle le varie 
lezioni, tra le quali avrei poi avuto a scegliere al 
momento di metier mano alia stampa del testo. In 
Londra mi fu largamente cortese di consigli, d’ ajuti 

I. 4 


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cxxxvni 


INTRODUZIONE. 


e d’ ogni sorta di favori il dottissimo Sig. Wilson, 
alia cui celebrita non e bisogno aggiungere altre 
lodi. 

I codici manoscritti della recensione Gaudana, 
i quali adoperai alia preparazione del testo che ora 
pubblico, sono i seguenti. 

B1BLI0TECA REALE DI PARIGI. 

G. Codice palmifoliaceo di scrittura bengalica, 
disposto in quattro cassette. Intorno a questo co¬ 
dice mi conviene notare uii errore in cui cadde il 
Sig. Hamilton nel suo catalogo dei manoscritti sans- 
criti della Biblioteca Reale di Parigi. Ai numeri xx, 
xxi, xxii del catalogo Hamiltoniano sono indicate 
le Ire prime cassette come contenenti 1’ intiero poe- 
ma. Il Sig. di Schlegel, indotto certo in errore dal 
catalogo dell’ Hamilton, scrive, parlando di questo 
manoscritto 1 : tribus capsis carmen integrum comple- 
ctitur. La cosa non e cosi. Le tre cassette indicate 
dal catalogo Hamiltoniano non contengono che i 
cinque primi libri del Ramayana : vi mancano in- 
tieri i due ultimi, il Yuddhacanda e 1’ Uttaracanda, se- 
dici mila versi circa. Frugando e rovistando tra 
1 Prnef. pag. xu. 


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INTRODUZIONE. 


CXXXIX 


gli scaflali dei manoscritti sanscriti della Biblioteca 
Reale, mi venne fatto di disotterrare e trarre in luce 
una quarta cassetta di questo codice, non ancora 
indicata da alcuno ch’ io sappia, contenente il set- 
timo libro del poema, 1’ Uttaracanda. II seslo libro, 
per quanto abbia svolti tutti i manoscritti della Bi¬ 
blioteca Reale, non mi riusci di discoprirlo; onde 
presumo die non vi si trovi. 

M. Codice cartaceo di gran formato in caratteri 
devanagarici. Questo codice contiene con qualche 
piccola lacuna 1’ intiero poema. S’ attiene general- 
men le alia recensione Gaudana, sebbene di quando 
in quando ne vada lievemente differendo. E notalo 
nel catalogo Hamiltoniano, pag. i3, n° II. 

BIBLIOTECHE DI LONDRA. 

J. Codice cartaceo con iscrittura bengalica, i cui 
logli s’ alternano un bianco, un giallo. Questobel- 
lissimo codice, dono del Jones alia biblioteca della 
Real Societa delle Scienze di Londra, contiene 1’ in¬ 
tiero poema in sette volumi. 

W. Codice stupendo di grande formato con iscril- 


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CXL 


INTRODUZIONE. 


tura bengalica in carta gialla, avente un commento 
perpetuo di Locanatha C'acravarti, il qual com¬ 
mento egli appella Manohara ,«il dilettoso.» A 1 finir 
di ciascun libro del poema chiude egli il suo 
commento in questo modo : jfo 
(il titolo del libro) EFTTinI «Qui 

«termina il commento appellato manohara del (il 
«titolo del libro) composto da Locanatha C acra- 
«varli.» Questo codice, ollre all’ essere corretto 
quanto codice possa esserlo, e sommamente pre- 
zioso in quanto che arreca nel commento le varie 
lezioni di piu altri manoscritti, di modo che si 
puo dire che ei tien luogo di piii codici. Esso ap- 
partiene alia biblioteca del Ch. Sig. Wilson, il 
quale non solamente me ne lascid libero 1’ uso du¬ 
rante il mio soggiorno in Londra, ma mi consent! 
generosamente di portarlo con me sul continente. 
Manca a questo codice il libro settimo, F Uttara- 
carula. 

U. Codice cartaceo giallo di gran formato, appar- 
tenente alia biblioteca dell’East-India-house,notato 
nel catalogo al n° 2771. Questo codice contiene il 
solo settimo libro, F Uttaracanda. Esso dilTerisce 
bensi qualche volla dalla recensione Gaudana; ma 


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INTRODUZIONE. 


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le differenze sono leggere, e il pid sovente consente 
con essa. 

Ho fatto in Londra le piu diligenti ricerche per 
rinvenire il manoscritto del Sig. Tod, quello che il 
Sig. di Schlegel descrive alia pagina xli della sua 
prefazione; ma non m’e venuto fatto di trovarne 
traccia. 

Sebbene fosse mio proposito di pubblicare scliiet- 
ta e genuina la recensione Gaudana, ho voluto non- 
dimeno avere sott’ occhi eziandio manoscritti della 
recensione boreale. Quello tra essi, di cui mi sono 
principalmente valuto, e il seguente : 

B. Codice cartaceo in caratteri devanagarici, ap- 
partenente alia biblioteca dell’ East-India-house, con 
un commento perpetuo di Raghunatha Vac'aspati, 
intitolato Ramdyanatilaca, «segno frontale del Ra- 
« mayana.» Esso contiene in sette volumi 1’intiero 
poema. E notato nel catalogo ai numeri 42 6-432. 

Innanzi che io termini, sento esser mio debito il 
rendere pubblica testimonianza di riconoscenza ai 
ragguardevoli personaggi, i quali, secondando le 
generose intenzioni di S. M. il munifico RE CARLO 
ALBERTO, contribuirono eflicacemente col loro 


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INTRODUZIONE. 


autorevole favore alia pubblicazione di questo in- 
signe monumento. A1 nobile fine cooperarono gli 
Eccellentissimi personaggi il Cavaliere Cesare Sa- 
luzzo, d’ogni letteraria disciplina fautor generoso 
e prestante cultore egli stesso, il Conte di Pralormo 
gi& ministro degli affari interni, il Cavaliere Luigi 
di Collegno gia presidente supremo de’ pubblici 
studj, il Conte Gallina presente ministro degli af¬ 
fari interni e delle finanze, Monsignor Pasio presi¬ 
dente attuale de’ pubblici studj. E mentr io atten- 
deva in Parigi prima a preparare, poi a pubblicar 
quest’ opera, mi fu, conforme alio splendido e nobil 
animo suo, larghissimo di favori, d’ assistenza e di 
cortesie S. E. il Sig. Marchese Antonio Brignole-Sale 
cultore egregio delle letteregreche, Ambasciatore di 
S. M. il Re di Sardegna in Francia. Quanto ai pregj 
d’esecuzione che potranno venire osservati nell’ 
impressione di questo testo, dichiaro averne tutto 
1’ obbligo alia gentil sollecitudine e alia squisita 
intelligenza dei Signori impiegati alia Stamperia 
Reale, diretta con tanto senno da un letterato e 
scrittore eminente, il Sig. Lebrun Pari di Francia. 

E qui sul finire, un pensiero d’ amore e di spe- 
ranza a te, o diletta mia madre, che non m’ acco- 
glierai piu afl’eltuosa, come solevi, quando fia che 


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INTRODUZIONE. 


CXL1II 


rivegga la casa paterna, alii! troppo presto vedovata. 
Invano i miei occhi dolenti ti cercheranno fra le 
domestiche mura: io non potrd piu che col pensiero 
contemplarti in cielo. Salve, anima gentile ed elet- 
ta : a te s’ alzeranno di quaggiu perenni i miei pen- 
sieri, i miei affetti: la tua memoria vivra eterna e 
sacra nell’ animo mio. 


Gaspare GORRESIO. 


Parigi, il di i° Gennajo i843. 


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XII. 

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XV. 

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hhi^kw! {isiT g<srr ?T rf ?fTr: I 

W* nqTrTT: Ff^TT f^f: II v II 


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JTtfn: §^irg^raR5iqjnfN^T^r n$n 

HfijI^HsIlfach I 

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3f^aT JW *TT fT^+ilH: g^pFTI I 
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I. 13 


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SJT 3 gfenfrt 3T!F*T tT 3?r: 3?r: l 

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XIX. 

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^TsTt ^1 (Wl fa Msl fa'^rTTFRT I 

gfrRT sTTrt ORtT gf% Jc?Pt IIHII 

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XXVI. 

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?pt sfi^ pr HgHri^j g<i*am i 
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I. 17 


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FM H3THT RIRHUlHMlferTT II K II 
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srfrtoHimWIMWl ^Rt HttHUH^X II * II 
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HtHUHIUi spOTT im ^iIhhmn^ II * II 


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H^firfaiHfo rT fFW HBNrf n n n 
^ rTFT ^iurw rrn^T sffNgf^rr 

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HWWrhft ^3FT fag?bTHSFftf^ I 
FTH^f IsNfthfl g<^HI ' i II U II 

fegrofrfo ^mR ^ i J i ^i^Jn r man 
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Rt ^rTT ^irTrlt ^ SgT g^fatrRT I 
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f Tt ifrHI^°h*fl! l kH {MWlfaHHsiU; II \* II 
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m^irntn FK^rffr utrim ^r u *o u 

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XXXIX. 

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I. 25 


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28 


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fgsnftsrt q^icrer . i 

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^nfii ^uifwrt n ^ n 

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yiscIH^^Ui^J qftTWT ^JTrT: II \* II 
FFFT ^ chMlftlM r H<l!J ^FT(: I 

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^c|ijrtS JT^THsTT: SIWT ^T^TOTT: II ^II 

falser TdQlMMH ^IHsftef ^T II ^ II 
^FrTs^UiH HMI^TTfnT ^rnr%% I 
F^FTSFTWto #W1T^: II ^ II 
rTTi-MH *fl d^Te^l^Tir I 

q^iHsiis in^gr^T n^n 
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H sPTFT FRT {FT H^UlPlRlH: II II 


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f^lpMuftsll RFT W(r: W II 


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LV1II. 



LIX. 


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UrMUsUIrfi ^IWH JlIdH^i FFTfcHT: I 
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J^s I 

RFTI^rt J ^ft g^t *FT II II 

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LX. 


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R^FT «hWI<WFJJiqrTi II * II 

sui«suRcr^Ri FTp^rg • 
rr^f htj M^isifimfH^iF %fag ii ^ ii 
Fwr j^rr: q^rr JTfrr: i 
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qr^n^r srfwt I 

f^FTifH! sff*t q>^Fi srt^t 11 h ii 
gq^FLJFqrrt FTjt 3^ : 1 
qisH HmcimgI sqRTt'FTt R Rq II k II 


RRt rF^FT ^pTT s^McUl^fHHWt I 
^TsTT yPl^l^rq rTF^ II ^ II 

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^ffcrTF^q^t ^RT^RtfT^ II 'll II 
RWRR^RT: ^Trft I 

FT H^RRtRT HWHIMrli UrT I 

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^<=h rlrft ^T5fT sPTlHI^JiH^rM: I 

37TTWT gjt^T ^FTl^ f^nftST II *8 II 
H^I'RIH FTrT: ST^TIRWlt I 
Rtf*TR ^fW?T ST^im^fFRfcR IIVUI 
ferrfosrfafq- ^r ^tr ft frrft i 

qTnJFT^IqTTT^R ti^MinJI \K II 

ehi^umg q^Rsn qra grcwNu^: i 
iMMlSrMrHW ^TsTR qt^T ll\0ll 
RhHWIHH$r4 FT ^1 5 I 

• ^nteifqqn^snqraiimRHi w nmi 

FRJcFRRrFT ^IsTT RTJ31r^5RJ I 
5R^lr^CTnffRqTq?r FFlfcR II II 


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f^pftr CTTTT: *IWJTO ^rffrf II *o II 
H^l(i(] f^T ^T I 

*f$'wgq^Mlrf rm toih w ii ^ 11 
^Fj?t hI^T ferif^ w ^f^i 
fT^fa SCrfni^R pftlff ^ II ^ II 
iw cnf^rTT I 

w ^ itflvI^H fflfarTI J ll^ll 
^ IWH'H WW : I 

q%m ?r JT^m gfnjiR n *8 n 

spn^hcHlIlHl H^ITlfafa % *rf?T: n wi 

rTR^ M I rta q c^rl cfiM U I; I 

$T(UIWHHI >TSn^5mit ^rfT^frT II ^ II 
JTFqf JTfFT UWlfa ^{UT^ftFT^ I 

PiciriNrjH^iH ii^ii 

jmm RuugJtiwl 

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snf^fiirnr 

LXI. 

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4W<*t ^wt dMift ^nf^r i 
j^uf h - ntei [h ^ sthtoh imi 
^RFI^riOTvr^ pirfirl^ FFTfaFTF^I 

^rffriww ^ q*rcrfmuii 

JJ^|iq#rT ITT M<rT£l5H pRTT I 

11 ^ II 

^HU TTT ^ FqJTFT ^fTOPrR I 

ef^t rrR^wq fsrf^r ngRi^Ri u h u 

M^IHTsTI: ^MI£M ?TW I 

Rimra g^^FTig^t ^rt^fer n \ n 

%t MM^c=d|UM^IMH: l 
nffiEfa ^UIIHI Htoin II o II 
q(^r H^rwef g fr^t: i 
*^ 3 <TtaFiTO flg^nw’TH imi 

m q^FT ^MIHHc{|chJU^R;rT: I 
FF*T H'cfli^U *FTT ulrhHiTrqrT: II ^ II 




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m*m ^pgtn^fn ^ f^n rFffcrer^ii \o n 
3^: wrarral'f^q- foglTf ^stfH^ ^T! I 
HqlMmf^rir! g^wfaFnft^iyMi n \\ n 
WRJ UfrTi^lH I ^ rTThR: I 
?IFTTft^%*T ^sfepTI II VHl 
srftrwr grot $TrT 3Ftw^rfFf i 
?rj^r ^rt spj ii ii 

^rf%PTt msi^t qsr ^rraiFT^r fai^rr: i 

gft f T Hl : ll\B|| 
di^uii ^r r^tftftt gwnr sn tmFPfteFf i 
^rf aifatyfri fenfa^iu mfrMi: nvui 
f%t ^ I 

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TO SJpTT f^MTTTTt gf^jjTGT: | 

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*TT5nfwi I 

TOfarTT I^THH: TOTO ^THWTT: II II 

WFTTOTO^R ifim sfcftclrW I 

HTT sTTfeTFTRR *JTO: TTJ TOT: II ^ II 


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yiUlltHqwlH^rft M^sfctelHi iFrT: I 

ffifa re i *rer ^ij^ fgrr ^rflroQr \\v<\\ 

^FT firaTpRt H^TgR: I 
l^JTH H^l^sT l ff T tfH«tg t H ^ H T3 1H II ^ II 

^TTW (IH 1 W g FT FF^T^ 

^TTWWTt ^TFT ^fg rT H ? tpfi II 


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LXII. 

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RRIWR Rt RR I^JT HR 5 I 
MRH R i nf l ^ur RRff il^HHl^Tf rT II Ml 
frf^: g^T: R^ I 

fa WT fHR RRs RrRR gPljJIRT: II8II 

far. HH^MIHiyI^llHbWMlR[HI: I 
m ^R|=h<IMI<WMH| 5FhRt >JST IIMI 
R faF£: H^IHH ^R^FTTRt Sfl^ini I 

srfafiiqt wn^STiq sreifrr {tfaT: II Ml 
RFTTRORRfRT q$ft M^cHrti H'^UII I 
fafa r rrt q?r tnq(l() q^r f^r n & u 
q^f^IJ^qi^ falTfRRWRsIRTI 
RRJ 3R^R qR! R^RRI^RWR! ll^ll 

RR^RR^FTR fanfart H^IHM'i: I 
sfarsnwRRg^q: hRthrhi: ii S ii 


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fa^lfa^VsT tyidh^H ? dleHH*dqi^|: n \o\\ 
HFIW R^fftSTT I 
PRT HTOTsf FR^rTT: II \\ II 
FFT: ^tWTTf^t felTf*Rt ^'RH: I 
SpPflRI HTRlI^IjiH^TdMlH^II ^ II 
FTJHt ^tqVpfrTFT 

^T FWff^TTT =Wrf^T ^HlsTHT II Wl 
feifr w^i(i(in f^ jt^ i 

dMIHSPTH qrf KiN^HMI rMWf II \8ll 

FTsTR rTFT FTW *RlftO T^f 5IsT I 

3^ic(icw mftft *{imq u vui 

qfr F^rf isFITfw g=ft=Tt TOrTT FRT I 

Rf^j rT JTrf f=TClj MWIIdd: II\Ml 

fR: g^TWt WM I 
fiTClftCRT pTJTT foMJhjhHKW II Wl 
jj^mqrf^rft ^ I 

^chl H$«*UI tol|RHRd: II Wl 
STO^Tr^qi^lfa N%HfHdH^IW^r: I 
H^pii cH»h HHI qi^lri MrirTi f^: II II 

i. 31 


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FTT ^T *feiT fere 5R I 

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{FT ^flU lI HlHK^lH : I 

wT^rf^TT: nun 


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H«^fa^MT ^rm FR g^rT II s$ U 
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H^JM rTrTt sT^CT d" rm^t foriPOT I 
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rFT5 ^Tt pr s^leT dHdmfq I^fq II ^ II 
^c^hl s 4MM) ^TT M^Nlri I 
famlHdU fo Ffe FTO qt[FTt FFT« II ^11 

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ssnwrf^rf qRW'Hi^H ^r II ^ II 

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RF^aiilMrlWHIIW^ T^WMI £ II 


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JR^HN^cKRH pilH<l/iRH R I 
RTRT RTR rTTfelR II II 

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WltflHMR {*R HTHIHi|Um'g<l I 
HHlt^HIHMl RRT tRlHIRl«£ RRfa^ II nu 

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RRT ^JHT W* ^IcH*im"Y ^i I 

RR RR 3t^t »»^n 

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Rf^Htol^FftTR »J5t sRF§TrRTRRTrRRT inHl 


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^ronqt RH ^f^rR! ?pfj II 


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LXVII. 

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3qW%ftmt f™f^rWl(Hfr: I 

^fartl hIRhScC rTTTTT rf fqgrf*f?P II ^ II 
^ ^TFT ^R - | 

^ ^ rTFT q^ft^Rrf M H. II 

Wfa' 

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^Fqn %5* ^iMcfifn ^ll^rT: ||®|| 
fft *T J^TT gcTOrTT ^ I 

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f^rarfw ynm ^ n Hi 


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rTTt^r^Tt ^TT ^TrfrT: TOT^ ftrTTO II \8 II 
r TOfr^ ^frT 5 TO% s^rf^t to: I 

^rTlTOTOTOm^rTT im II 
rTO TOJ 5<^iouM*i^TlH I 

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TO TOT ^ PTO : 11 ^ n 
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^rTfirq^rqfTO ^TTTO TftTOTO II II 


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*JsT ^H«TOT: I 

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Ff^jFT: CTF3T ^ FT^: gFTTFT ^TT 3pjTT: II ^ II 
STCOT rR FFTt ^dM*N ^TFT I 

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'hHchHl gf%W rF^rT ^FTTn^t II ^ II 
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sFFTT W HTHHiiTTHH^FT II ^ II 
gH%£ sf^t FTTOTOT: I 

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^RTCTOt illl^TUi" 
fl^fErPT; flrf: II 


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LXVIII. 

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HH^fitair fcrflFTT ^ftlT I 

^ H^IrHIHl rTrft c||cWgc|M ^ H ^ II 

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WrJcIM ^Tchl^^i n d || 

£J^t ^TfiPTt rTf^NHjril I 

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^FhI^M ^gqt qw 3 ifif^IH: II Ml 
^rg^t srt jm Hrg^ fFrrsrfw: i 
^ifit vF^Rrm q^r ^ Irrsirr non 
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FIW R^TFFT! II s II 
gjf SJf^i I 

f%TO f%FT R^teT^II * II 


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HH I <jfr l pT ^TfnT *Ff*T SilIrW'l'Pr II \o II 
rT^^HMlflTIT^rnTUIUHM<l I 

FP7T g^tv»T^: II VMI 
vilrisiifa RTT rii*M£iPf *i«Jlslttl I 

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H<H<ci^clHf R^IFR5 I 

f^rTOTfq- g^rT II \$ II 

<4t%c*tfT ^ ^TT ^UllPelHi I 

^HH l ifclrll *TMT MlKrW t P lsTT II \8 II 

FIT gqT ^MHig^Ulr^NIHT^ <£T I 

q^frTFTR^ gTFf n nII 

rFftgqrRJ HTsfer: gRT *FT I 

g^rmwr n u ii 
cflj&arw M w ifffifo qg: i 

^ FT ^igWTTT FT^g: II Wl 

FTTIRF^FT^ sTIFTT cjltf FT^ I 

fFTT^FT^WTr PMH grit CTfrT II v; II 
FTFT^FR (TsTT^T: FTT^FTTg^ I 

gft^RT A: II U II 


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FT ^JlrHHHNyTT q^T^TT: I 

^UT H^rflfa^T faftvIWltfUtHJl || 

HHlW^j: fiTTH^l: I 

hhiRh ^T #!Tt f% II II 
FT^T UHI^T ^^^iqPri I 

^ II ^ II 

rFft TOT ?prPTt W FR £P£p I 
^cMn^rHI^I ^ rT cjlJlPlH I MH '. II ^ II 
rl^TF^f^n^T f^?r I 

^TFW {PTPT rT^HUriM ^ FT^J: II ^ II 

$fi<r(taui prt ^rarFF ^t i 

^OTtftsfFTR FftFTt ^l^^i II ^H. II 

^ri^ ^HIMUl Sn f fo nrr s I H^cl l chi RFT 
WT^FR: RT! II 


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LXIX. 

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^(IqHVg sTO5 Htvfrnr^snf^T ^ I 
rT^^HlqrTT^f?r H * U 
sFFfrT HHTl^Vr: 5Tf^T 1 

g^PRITf^: *T$ II 

g^wnt ^rfTT«i’^ quimhiht H«jWwi i 

ij4Tn^: u 8 u 

rlTHHk H'^lHIMHl' rT^g: I 
g^FTgsFT#t rPjgf^H HfW: HH.II 

h^hIhhim^ft i 

*iw*t ^ m n 

RHTHrT^f! g^lT sFT^s CFJrT cR': I 

^ ^ft {HHVHUll II to || 
^I^^TFftrt q?^g Mf =ft JJ% I 
{IslfaqW FT^g: IUII 

RHgqjfqg mv ?rj: gpmT sift i 

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wf^fi^TTTnt g m$m i 

^ f% mwi ^rferTFTFprfnt u \° u 

W ^j\ r 5d HdMlfaTOIsWT I 

^TJSPTt: || U || 

fenfWTOJ fT^pTT sRWiFT ^TFrT^T I 
wmim *FTnWT U^HlrlfTrHHI II It II 
T^T I 

^fir ^ift ^wnfrr? u n n 

^TOJ SRTOTOt TO TFTWFT rrsg: I 
*tw FTFmgpT mnwim ii^ii 
^ VF0 f^f rfterftsUH q-TMITHI 1 
Meldbtl H Id^lfa *TsTOTHr?T mrfnr WWW 
cii5>[HHd ft gsn gmr WTO I 
flrfi^fad FT^IHfrTRNd^TrTTTRT II U II 
^rlHWrlW^I H^TFTT TOTOT: I 
siFFTHifaM^H TOT^^r^r ll^ll 
TOT fHTT FTTOfa ^'MIHIH dRdkjJ 
M^q3d TOT (Wt oFTTT^r II \r:|| 

TOT 3^t H^THIHIK^^ iWTTO: I 
dTOjcT Id^rtiFT IWTT TOTOFT II \\> II 

I. 3i 


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R^R RRRt HlRRT sRT= I 
fcRufRiT clSf^pIT (isiM Rt R }TRRt II II 
sTR rlR*l*t<ls1l fRRTCRTRRi I 

srtr grafenfesi ferrfRRiRt ^ n ^ M 

R ^TRt <R|RTrRR: I 
R^^RRT^fRW II ^ II 
RRSRTRT JR ^liHHI^f^fR R ^RT I 
RtRT ddi|HIHTRF (IR <^|^lcRR II ^ H 
RtRgr^J^TRR RfrtRT HRTcRt^TFTT I 
Rtrlt <IRTlfR (TRPT gWPRT^TR fORTR^* II *8 II 
RRrTtvrg^R HHI^rft RR M^iHH I 
£RT RRTW sTRR^R: lUHU 

fRRIRT RR {TsTTRRTRRfJ ^{t RR I 
g^TR cflM^hTRT: RlRTR: R II ^ H 

RRT ^ R R^RR RRPT Ft I 

^fRs gglf^R RTR&^TRR^R^ rf *ft II ^ II 

#fR^R ?#r3^t ^5 

RTtet gRRTRIR Rf^^TRT R^RR: II ^ II 
37RTR ^TRTRnT RTT^RTniT RTR 
^tRRTTHRR: RR: ll 


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LXX. 

sFRR ^TIFT JrRI^TT: I 

*m fa^fairr mteri uimH^ft \\\\\ 
h ^rat fcf^TT ^rTT (iwr I 

H^ I rH ' H rT^W ^fR II ^ II 
OT^tfsTT: TOTmt TOT HfwpT I 
^ldP^H«h l 5 *rfWPT: II ^ II 

WWT gdlH: I 

<T Hl*hPritTOlHH RlWIR ^PlRfri II 8 II 
Sf^MlfaUUIrll I 

^!U{8i c(|cWfH< IIHII 

SFT^ ^T q^T pTT JT^T I 
$StM'MI*W HIHTPT Hq(lR>'rT II K II 
qgT WPT q^PPT H =T^T: I 
RnuiPuH^wwi foamier cnfsfe: non 

grTT^ oO^g^hfrT M^lfTT foi^FTT sr fl” I 

ffafo^nalRfa g^rfir mf&n to imi 

RT RT HR {T^JwmFT RHH'IH I 
qftfW HHMR FR gRTT THTHrTT II Hi 


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• (HUT sMHlfarM sT- 4HFTF< II \o II 
rTFT mRT W^TT ctf*%<^l g?TFT FT I 
UIH'sTi rT^H^TPT rU^jairj*l«£Ri II W II 
HTTTlWr: fl?3sR: H^l^l: I 

gfore#r jjm ^Fn?RFT^ gpft n ^ n 
mfR- ^efa^ ' t r i % reJfo c p^ fw i 
g^f^mfpr ?r fr~fciH' wii^ii 
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IX. 


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ANNOTAZIONI 

AL TESTO DEL LIBRO PRIMO 


Capitolo III, sloco 44 , verso 2 ; sloco 45, verso 1 . — Com- 
mento di Locanatha : 1 nom: 1 

M \ tT T^ {htto r f■ 3 f ffi 1 nrffouf^ri^r^j vwjh f^wjg^ 1 

rT^iT crnjTnjrn^ mr jtt^ : 1 nrrftfn m Point 1 t-oiMHsuna 1 

UdP h cTTfoijih ^Tofrf: 1 iimidl* 4 sTTrTT: 1 

Capitolo IV. — Variano i codici nel numero dcgli slochi, 
onde si compone X Anucramanica. 11 manoscritto g ne ha i46; 
il manoscritto m, 1 3 1 ; il manoscritto j, 1 5 1 , piii un verso 
dispajato; il manoscritto w, i5o; nel qual numero consente 
1’edizione di Serampore. La nostra impressione ha 1 49 slochi. 
I due versi del codice w, che ho lasciato fuori, appoggiato 
per altro all’ autorita del codice c», che non li ha, sono i se- 
guenti. L’uno si trova dopo il verso secondo dello sloco 72; 

1 Sporro qui brevemenle alcuni passi del cominenlo di Locanatha, 
e indichero insieme alcune pochissime varianti lezioni, le quali possono 
avere qualche attenenza coll’ Introduzione. Nolare tutte le principali va- 
rieta di lezioni dei codici manoscritti che ho adoperati, indicare a mano 
a mano quale io abbia preferito in questo od in quel luogo della pre¬ 
sente impressione, e dichiarare occorrendo le ragioni della preferenza, 
accioccbe altri possa conoscere e giudicare il mio procedere critico nella 
pubblicazione di questo testo, tutto cio e lavoro che non pu6 aver luogo 
ancora qui, e che eseguiro, ove il creda necessario, sul finire dell’ opera. 


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354 


ANNOTAZIONI. 


ed b questo : f Uot?,A ^ ^mr Jm<TTi. L’altro vien dopo il 

verso secondo dello sloco 77; ed b il seguenle : 
pinw ^ oTUFf 1. La ragione, per cui ho omesso quest’ ultimo 
verso, si b l’incongruenza che ne risulta. Si dichiara in questo 
verso essere stato veduto da Hanuman in Lanca il carro 
Puspaco (il florido): poi due versi dopo si parla della ricerca 
che fa del carro stesso il medesimo Hanuman : fsr^T: 301- 
ecc.Gli editoridi Serampore,perevitare Tincongruenza, 
tradussero grossamente il secondo gtmiR non piii nel senso 
del carro Puspaco, ma d’un giardino di fiori : the jlower gar¬ 
den (vol. I, pag. 55 ); ma laic versione b aflatto arbitraria ed 
insussistcnte. Avendo io omesso per la ragione indicata questo 
secondo verso, ho creduto conveniente lasciar fuori anche il 
primo, che non si Irova nel codice g, affinch£ non rimanesse 
contro ogni verosimiglianza un verso dispajato nelf Amicra- 
manica. 

Capitolo XI, sloco 19, verso 1. — Commento di Loca- 
nalha : : 1 hrwrjft r rprf q 

iI*M Flr'JVJ ; | 

Ivi, sloco 20, verso 1.— Commento di Locanatha : sttr- 
1 grrereft » 

N Cs N 

Capilolo XIII, sloco 22, verso 2, pado 2.— : 

cosi il manoscrillo G. 

Ivi, sloco 27, verso 1, pado 1.— cosi il ma- 

noscritto vv. 

Ivi, sloco 28, verso 1, pado 1.— farfR^romoFT ifteiT: cosi il 
inanoscritto .1. 

Ivi, sloc o 28. verso 2, pado 1.— Commento di Locanatha : 


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ANNOTAZIONI. 355 

*7^:1 Wj^ i q i: (sic) (tf^pmTT: ?) ^f?T TO SJTT PHTTm^ 

^I^T?T WMrt I 

Capitolo XXXI, sloco 4, verso 1, pado 1.— 3^ror^, ecc. 
cosi il manoscritto w. E Locanatha chiosa in questo modo : 
3 ^»r: ^qrr^Ttnt i ST^nT: ^f?T areTTTTTt yi^l<Ri r* I 3 ^SFi 

TOTTOft 

Capitolo LVI, sloco 16, verso 2. — Commento di Loca- 
nalha : i mqPrc^ tomQft : i 

4 t fsTJtq : i 

Capitolo LXII, sloco 3 i, verso 2.— Commento di Loca¬ 
natha : qmniPi 1 ILare^ i ^ : odVrdUioT f q^ T crf|- 

fjfo ecfiT: 1 

Capitolo LXXII, sloco 17, verso 1. —Commento di 
Locanatha : aichiuiiwoiV ^tti arorcrt *kafdg^FTrqirsrr 1. E no- 
tevolc qucsta chiosa, che pone l’identiti dell* etere o dello 
spazlo e del gran Visnu, e fa Brahma originato da quest* ul¬ 
timo. La recensione boreale invece di srmsnrooft ha : 
^jniqirsn ^r^TT ex insensili prodiit Brachman; cosi traduce il 
Sig. di Schlegel. 

Variano sovente i manoscritti nello scrivere i nomi proprj 
di pcrsone. A 1 capitolo IV, sloco 3 q , verso 1, i manoscritti g 
m hanno TOTOJ; tulti gli altri codici e le impressioni di 
Serampore e del Sig. di Schlegel scrivono Ivi, si. 107, 

verso 2, i manoscritti g j hanno srra, tutti gli altri A 1 
capitolo VII, sloco 3 , verso 1, il manoscritto j ha e ^T- 
^nr^r:, tutti gli altri hanno yfef e . A 1 capitolo XXIV, 

sloco 1 3 , verso 1, il manoscrilto j ha giuuuor; tutti gli altri 
leggono ^Tn^oT. A 1 capitolo XXVIII, sloco 7, verso 2, i ma- 


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356 


ANNOTAZIONI. 


noscritti w j hanno ; le impressioni di Serampore e del 
Sig. di SchlegelsW, il manoscritto Ivi, si. 18, verso a, 
i manoscritti g, vv, j, m hanno ; 1 ’impressione Schle- 

geliana ha . A 1 capitolo XLVDI, sloco 19, verso a, tutti 
i manoscritti Gaudani hanno Timpressione Schlegeliana 
porta Altre somiglianti differenze nei nomi propij di 

persone o di luoghi si ritrovano qu 4 e 14 nei varj codici del 
Ramayana. 


FINE DEL VOLUME PRIMO. 




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: i. .q^f $ 

ii. ^nwr. n 

III. chlodl^H^M j. ^0 

IV. fig^Hfuichl. ^ 

V. . 83 

VI. {TsMuFhI. 8 o 

VII. ^H l rq^uFHI . *U 

viii. gn^iichi. h8 

IX. . Ht 

x. ^^hiimI^mhh. K\ 

xi. ^ra^TOFPn^;:. <n 

XII. MsTI^T:. 08 

XIII. ^HMMsI=h*f. 0 * 

XIV. {MUNMHJIM!. ^ 

XV. MlMfilKlFrlJ. zz 


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mixw. {ismltaui.qsr ft 

XVII. ^^ytdilHH . ft 

XVIII. ft 

XIX. ^FpsRT. \00 

XX. ^^HOrMprl:. 

XXI. \oto 

XXII. talfa?MI<*i. no 

XXIII. ft* 

xxiv. 3fwcii<*i. n* 

XXV. fcWIU<H . n? 

. XXVI. ^THI^HlHclW:... m 

XXVII. ftH 

XXVIII. rm^Tfrr:. ft* 

XXIX. . 

XXX. ^JJIIHUHTH. ftH 

XXXI. sRWW<M. fts 

xxxii. ifiOTHPicimi . \$\ 

xxxiii. fenfeiw:. 

XXXIV. itnuirftPMW:. 

XXXV. 5T^rTmT^:. no 


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mi XXXVI. .CR Vik 

XXXVII. JT^rffT:. Vtf 

XXXVIII. \h% 

XXXIX. JHl(lr^irl. \kK 

XL. Wl^sFH. \o° 

XLI. \< 9 % 

XLII. «hp 4 rl<rfH. \&> 

XLIII. HJI^slUHTfa: . \zo 

XLIV. . 

XLV. JIJT^rT^Jr . \*k 

XLVI. SRFTterfc:. U* 

xlvii. \H 

XLVIII. UHidflHIiR:. 

xlix. in^i^nwr:. w 

L. ^ 

LI. sRWHIF! . ^ 

lii. wrr^(m . w 

LIII. ^yi^lHH^lTT. W 

LIV. ^fwi^IT^FT^t.... W 

lv. w 


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lvi. ' ^iwpsFi^:. to **8 

Lvii. fsrenfasrafrrerT. **o 

lviii. fgrarfTOsremT. *>o 

lix. miwiFi. *>\ 

lx. f^njwr:. *$a 

LXI. sn(5l«iUiq:. **o 

LXII. . *80 

LX1I1. SpOTfiMshq:. *88 

LXIV. ?F^fNW5. *8o 

LXV. 5. *Ho 

LXVI. ^TOTFT:. *H8 

lxvii. fo^Tfroa^ierciTfa:. *ho 

LXVIII. sRch^lchi . *U 

lxix. *Fp%:. *M* 

LXX. dH^^H^Ichl. *^o 

LXXI. *00 

LXXII. =h^|o|(Hi. *0^ 

LXXIII. sTO^TTWPT. *oo 

LXXIV. jft^FT. *to 

LXXV SW^IUli fTOT^:. *^8 


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r . . ^ 6 4 

Ffjf: LXXVI. sn q^HHUW i.g=T \zz 

LXXVII. sTTH^idHlehNN:. ^ 

lxxviii. . 

LXXIX. . ^y}» 

LXXX. ^rT^fTTJFR. ^oi>, 

^nrHTOjnrt 

I- lPl^^c?Ic|^TFT > . 

II. ^T^I^IIHH . 

III- ^HilgPlH-HUl . 

IV- ^l^chlgcjlHRf^K... 

v. j^ft^r^icrnFf. $tn 

VI. *W{W(^e|H. ^ 

VII. . ^ 

VIII. . 

IX. ^*THH. 


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